Boxing day-Santo Stefano-Sant’Anna dei Palafrenieri

Oggi,in Italia,è Santo Stefano,il primo martire cristiano o protomartire.

Mentre nel Regno UnitoCanadaNuova ZelandaAustraliaGuatemala e, in generale, tutti i Paesi che fanno parte del Commonwealth delle nazioni che hanno popolazione di religione prevalentemente cristiana. È basata sul regalare doni ai membri meno fortunati della società. Contemporaneamente, il Boxing Day in molti paesi è associato all’inizio dei saldi.

Il giorno è in relazione con la ricorrenza di santo Stefano, festività celebrata in molti paesi europei, e cade il 26 dicembre, mentre per Chiesa cristiana ortodossa — a eccezione della Grecia, che lo festeggia sempre il 26 — è il 27 dicembre.

Solitamente dunque si festeggia il 26 dicembre, giorno successivo al Natale La festività può essere tuttavia spostata alla settimana successiva se il 26 dicembre cade di sabato o domenica. Lo spostamento eventuale del Boxing Day varia comunque da Paese a Paese.

L’origine del Boxing Day risale ai tempi in cui era usuale regalare doni ai dipendenti o ai membri delle classi sociali più povere. Il termine Boxing Day, invece, ha diverse paretimologie.[3]

Il Boxing Day è, talvolta, avvicinato ai Saturnali.

Sport 

La ricorrenza del Boxing Day è occasione, in particolare nel Regno Unito, per la disputa di importanti manifestazioni sportive con notevole afflusso di appassionati, facilitato dal giorno festivo. La Premier League, massimo campionato calcistico inglese, disputa puntualmente un intero turno nel giorno del Boxing Day, prescindendo dal giorno della settimana in cui cade.

Corse dei cavalli: nel giorno del Boxing Day si disputa il “King George VI Chases” all’ippodromo di Kempton Park, nel Surrey. È, per importanza, la seconda corsa a ostacoli del Regno Unito, dopo la “Gold Cup” di Cheltenham.

Analogamente avviene per il rugby, anche se in passato era tradizione un incontro tra i Leicester Tigers e i Barbarians.

Io purtroppo ora mi trovo a Roma e quindi festeggio Santo Stefano 😦

Anyway!Oggi sono stata a farmi un giro a San Pietro e,passando davanti alla porta di Vatican City,ho visto che c’era una chiesa (nel territorio straniero eh)dove tutti entravano liberamente O_O

Il mio ragazzo voleva entrare ma io ero mezza impaurita ahahah siamo entrati e,per la prima volta,ho visto Sant’Anna!Emozione!

La chiesa di Sant’Anna dei Palafrenieri è una chiesa sita in via di Sant’Anna nella Città del Vaticano, nei pressi di Porta Angelica, il principale varco d’ingresso al piccolo Stato.

La chiesa, a pianta ellittica, la prima del genere nel panorama architettonico romano del Cinquecento, fu edificata su disegno di Jacopo Barozzi da Vignola, sotto il pontificato di Pio IV intorno al 1570.[1] Essa fu realizzata dall’Arciconfraternita dei Palafrenieri (Sediari pontifici) del papa, istituita da Urbano VI nel 1378 e oggi risiedente presso la chiesa di Santa Caterina della Rota per autorità di Pio XI, che nel 1929 trasformò la storica sede confraternale in parrocchia del nuovo stato vaticano. L’Arciconfraternita ha come scopo il culto della madre di Maria, Sant’Anna, e il suffragio delle anime dei defunti: dalla loro chiesa prese il nome il borgo adiacente.

La chiesa fu ultimata nel Settecento, quando vennero realizzate la facciata, la cupola e gli affreschi interni. L’interno è arricchito lungo il perimetro da cappelle. Oltre alle numerose opere del XVIII custodite nel suo interno, spicca la tela posta sull’altare maggiore raffigurante Sant’Anna e la Madonna bambina, opera di Arturo Viligiardi realizzata nel 1927.

All’ingresso della chiesa è posta una lapide marmorea della fine del Settecento che rammenta la figura del marchese Onofrio del Grillo, eccentrico personaggio della Corte Pontificia, quale appartenente all’Arciconfraternita di Sant’Anna de Parafrenieri.

La chiesa era famosa nella Roma papalina per la cosiddetta processione delle panze, cioè delle partorienti, che si svolgeva il 26 luglio, giorno della festa liturgica di sant’Anna. Partendo dallachiesa di Santa Maria in Portico in Campitelli, la processione procedeva al rullo di tamburi, con le partorienti avvolte in un manto (da cui il termine popolare di ammantate), seguite dai membri della Confraternita dei Palafrenieri a cavallo: chiudeva la processione la statua raffigurante la Vergine e sant’Anna (oggi conservata nella chiesa di Santa Caterina della Rota). Quando la lunga fila giungeva sul ponte sant’Angelo il cannone del castello salutava la Vergine con colpi a salve.

Gia’ che ci siamo…chi sono questi PALAFRENIERI?!

Già indicati con il termine stratores, i Parafrenieri pontifici devono l’origine del loro nome al termine “parafreno“, utilizzato per indicare i cavalli da parata. Infatti i Parafrenieri erano quegli antichi “familiari del Papa“, le cui funzioni erano legate alla direzione ed al governo delle scuderie pontificie. In questa funzione, troviamo i Parafrenieri affiancare i Romani Pontefici gia prima del X secolo.

Custodivano il cavallo personale del Papa ed i suoi finimenti, nonché gli altri preposti al traino della carrozza pontificia di cui loro stessi erano conduttori. Avevano anche l’incarico di custodire nelle scuderie la mula bianca che veniva montata dal Papa neo-eletto per prendere possesso, quale Vescovo di Roma, della Basilica di San Giovanni in Laterano. La mula veniva tenuta per le briglieattraverso il morso da un Parafreniere, che aveva così modo di condurre l’animale senza l’intervento del Pontefice. Lo stesso accadeva quando il Papa montava il proprio cavallo personale. Era considerato un privilegio enorme poter reggere il morso del cavallo del Papa nonché porgere la staffa allo stesso, tant’è che questa consuetudine era riservata quale esclusiva prerogativa dei re e dei principi regnanti.

Bene esprime l’importanza di questo privilegio lo storico settecentesco Ludovico Antonio Muratori nella sua Dissertazione IV Degli Uffizj della Corte dei Re antichi d’Italia e degl’Imperatori, in cui dice:

« …Non pochi degl’imperadori e re de’ secoli susseguenti (tanta era la loro riverenza a San Pietro) non isdegnarono di tenere la staffa ai Romani Pontefici, e la briglia nelle solenni funzioni. Talmente s’era stabilito quest’atto di ossequio verso i Vicari di Cristo, che avendo Federico I, allorché nell’anno 1155 venne verso Roma per prendere la corona imperiale, ricusato di prestarlo a papa Adriano IV, non fu ammesso al bacio dello stesso Papa, come s’ha dalle memorie di Cencio Camerario e da altre storie, e s’imbrogliarono forte gli affari per questa contesa. Ma cotanto si adoperarono i più vecchi ed autorevoli de’ principi con allegare l’antica consuetudine, che fu stabilito “quod Donnus Imperator pro Apostolorum Principis et Sedis Apostolicae reverentia exhiberet Stratoris officium, et streugam Donno Papae teneret“. In lingua Longobardica o sia Germanica lo Stratore era chiamato Marpahis; e che fosse questo ufizio splendido, si può dedurre da Paolo Diacono, il quale nel lib. II, cap. 9 scrive essere stato Gisolfo, nipote di re Alboino, “vir per omnia idoneus, qui eidem Strator erat, quem lingua propria Marpahis appellant“. Nella corte de’ principi di Benevento pare che vi fosse più d’uno di questi Marpahis, trovandosene memoria nella Cronica del Monistero di Volturno, e nelle carte degli Arcivescovi di Benevento, e nella Cronica di Santa Sofia, tomo VIII dell’Italia Sacra.”‘ »

Questa particolare funzione riservata ai Parafrenieri, comportò loro l’acquisizione di enormi privilegi tra i quali la nomina a Conti palatini, insigniti della facoltà di crearne a loro volta, concedere lauree e creare notai. La loro importanza nella Corte pontificia e l’indiscussa fedeltà dimostrata al Pontefice indussero papa Giulio II, il 19 aprile 1507, all’istituzione del “Nobile Collegio dei Parafrenieri Pontifici”, istituzione confermata 15 aprile 1517 da papa Leone X. In tale Collegio erano ovviamente annoverati, oltre i Parafrenieri, anche i Sediari pontifici con cui condividevano, oltre la divisa, anche promiscuità nelle funzioni di servizio diretto alla persona del Romano Pontefice.

In seguito al Concilio di Trento, questi grandi privilegi vennero via via ridimensionati e, con la soppressione delle scuderie pontificie, soprattutto in seguito ai Patti Lateranensi del 1929, i Parafrenieri confluirono definitivamente nel Collegio dei Sediari pontifici, di cui condivisero infine anche il nome.

Parafrenieri e Sediari pontifici costituirono sin dal 1378 una propria Confraternita intitolata alla loro Santa Patrona Anna e venerata in una cappella all’interno della basilica di San PietroPapa Pio IV concesse loro di edificare nel 1565 nei pressi di San Pietro una chiesa intitolata a Sant’Anna, opera progettata e realizzata dall’architetto Jacopo Barozzi detto il Vignola; la confraternita, ricca e potente, incaricò il grande pittore Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, della realizzazione per la cappella in San Pietro di un dipinto raffigurante la loro patrona Sant’Anna con la Vergine Maria e Gesù Bambino, opera ancor oggi conosciuta come Madonna dei Palafrenieri e conservata presso la Galleria Borghese in Roma. Ancora oggi la Venerabile Arciconfraternita di Sant’Anna de’ Parafrenieri è retta dai Sediari pontifici e dagli altri appartenenti all’Anticamera pontificia.

Annunci

Check it!

Cominciando a guardare siti su Baden Baden e Strasburgo ho subito trovato due cose che mi interessavano.

Un museo che espone ben tre uova fabergè e uno su Frida Kahlo.

Il primo non sapevo esattamente cosa fosse mentre la seconda è una donna che mi ha sempre molto affascinato (anni fa lessi anche la biografia).

Le Uova Fabergé furono una realizzazione di gioielleria ideata presso la corte dello zar di tutte le Russie ad opera di Peter Carl Fabergé, della omonima compagnia.

Fabergé e i suoi orafi hanno progettato e costruito il primo uovo nel 1885. L’uovo fu commissionato dallo zar Alessandro III di Russia, come sorpresa di Pasqua per la moglie Maria Fyodorovna. L’uovo, di colore bianco con smalto opaco, aveva una struttura a scatole cinesi o a matrioske russe: all’interno vi era un tuorlo tutto d’oro, contenente a sua volta una gallinella colorata d’oro e smalti con gli occhi di rubino. Quest’ultima racchiudeva una copia in miniatura della corona imperiale contenente un piccolo rubino a forma d’uovo.Fra il 1885 e il 1917 furono realizzate ben 57 di queste uova di Pasqua in oro, preziosi e materiali pregiati, ogni anno all’approssimarsi della festività.

Uovo della Transiberiana

La zarina fu così contenta di questo regalo che Fabergé fu nominato da Alessandro “gioielliere di corte”, e fu incaricato di fare un regalo di Pasqua ogni anno da quel momento in poi, con la condizione che ogni uovo doveva essere unico e doveva contenere una sorpresa.

A partire dal 1895, anno in cui morì Alessandro III e salì al trono il figlio Nicola II vennero prodotte due uova ogni anno, uno per la nuova zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova e uno per la regina madre. Nessun uovo venne fabbricato nel 1904 e nel 1905 per via delle restrizioni imposte dalla Guerra russo-giapponese.

La preparazione delle uova occupava un intero anno: una volta che un progetto veniva scelto, una squadra di artigiani lavorava per montare l’uovo.

I temi e l’aspetto delle uova variavano ampiamente. Per esempio, sulla parte esterna, l’uovo del 1900 (dedicato alla costruzione della Transiberiana) era decorato da una fascia grigia metallica con inciso il programma dell’itinerario della ferrovia, ma all’interno aveva un intero treno molto piccolo in oro.

A partire dal 2006, appena ventuno uova erano ancora in Russia, per la maggior parte in esposizione al museo dell’arsenale del Cremlino. Nel mese di febbraio del 2004 l’imprenditore russo Viktor Vekselberg acquistò nove uova precedentemente possedute dall’editore americano Forbes, facendole ritornare così in Russia. Altre collezioni più piccole sono nel museo delle belle arti della Virginia, nel museo di New Orleans dell’arte e in altri musei nel mondo. Quattro uova sono nelle collezioni private mentre otto mancano ancora.

*_* Really nice!

Frida Kahlo, il cui nome completo era Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón (Coyoacán6 luglio 1907 – Coyoacán13 luglio 1954), è stata una pittrice messicana.

Frida Kahlo era figlia di Carl Wilhelm Kahlo (1871–1941), tedesco, nato a Pforzheim ed emigrato in Messico all’età di 19 anni, e della sua seconda moglie, Matilde Calderón y Gonzalez. Benché la stessa Frida Kahlo sostenesse che suo padre fosse di origine ebreoungherese, un gruppo di ricercatori ha stabilito che i genitori di Wilhelm Kahlo, Jakob Heinrich Kahlo e Henriette Kaufmann, non erano ebrei bensì tedeschi luterani.

Fu una pittrice dalla vita quanto mai travagliata. Sosteneva di essere nata nel 1910, poiché si sentiva profondamente figlia della rivoluzione messicana di quell’anno e del Messico moderno. La sua attività artistica ha avuto di recente una rivalutazione, in particolare in Europa con l’allestimento di numerose mostre.

Affetta da spina bifida, che i genitori e le persone intorno a lei scambiarono per poliomielite (ne era affetta anche sua sorella minore), fin dall’adolescenza manifestò talento artistico e uno spirito indipendente e passionale, riluttante verso ogni convenzione sociale.

A 17 anni rimase vittima di un incidente stradale tra un autobus su cui viaggiava e un tram, a causa del quale riportò gravi fratture tra cui 2 alle vertebre lombari, 5 al bacino, 11 al piede destro e la lussazione del gomito sinistro; inoltre un corrimano dell’autobus si staccò, le trapassò il fianco e uscì dalla vagina. Ciò la segnerà a vita costringendola a numerose operazioni chirurgiche. Dimessa dall’ospedale, fu costretta ad anni di riposo nel suo letto di casa col busto ingessato. Questa forzata situazione la spinse a leggere libri sul movimento comunista ed a dipingere. Il suo primo soggetto fu un suo autoritratto che in seguito diede in dono al ragazzo di cui era innamorata. Da ciò la scelta dei genitori di regalarle un letto a baldacchino con uno specchio sul soffitto, in modo tale che potesse vedersi e dei colori; cosicché iniziò la serie di autoritratti. Dopo che le fu rimosso il gesso riuscì a recuperare la capacità di camminare, sebbene non senza dolori, che sopporterà a vita. Portò i suoi dipinti a Diego Rivera, illustre pittore murale dell’epoca, per avere una sua critica. Rivera rimase colpito dallo stile moderno della giovane artista tanto che la trasse sotto la sua ala e la inserì nella scena politica e culturale messicana.

Divenne un’attivista del partito comunista messicano cui si iscrisse nel 1928, partecipò a numerose manifestazioni e nel frattempo si innamorò di colui che era stato la sua “guida”. Infatti nel 1929 il 21 agosto sposò Rivera, che era al suo terzo matrimonio, pur sapendo dei continui tradimenti a cui andava incontro. Dopo anni di dolori coniugali, prese a fare lo stesso, anche con esperienze omosessuali.

In quegli anni al marito Rivera furono commissionati alcuni lavori negli USA, come il muro all’interno del Rockefeller Center di New York, o gli affreschi per la fiera internazionale di Chicago. A seguito dello scalpore suscitato dall’affresco nel Rockefeller Center, in cui un operaio era chiaramente raffigurato col volto di Lenin, gli furono revocate tali commissioni. Nello stesso periodo di soggiorno a New York la Kahlo rimase incinta, per poi avere un aborto spontaneo a gravidanza inoltrata a causa dell’inadeguatezza del suo fisico a sopportare una gestazione. Ciò, ovviamente, la scosse molto. Quindi decise di tornare in Messico col marito.

I due decisero di vivere in due case separate collegate, però, da un ponte, in modo da avere ognuno i propri spazi “da artista”. Nel 1939 però, i due divorziarono a causa del tradimento di Rivera con Cristina Kahlo, la sorella di Frida.

Rivera tornò da Frida un anno dopo, di fatto non l’aveva mai dimenticata e, malgrado i tradimenti, mai aveva smesso d’amarla. Le fece una nuova proposta di matrimonio che lei accettò non senza qualche riserva. Si risposarono nel 1940 a San Francisco. Da lui aveva assimilato uno stile volutamente naïf che la portò a dipingere in particolare piccoli autoritratti ispirati all’arte popolare ed alle tradizioni precolombiane. La sua chiara intenzione era, ricorrendo a soggetti tratti dalle civiltà native, affermare in maniera inequivocabile la propria identità messicana.

Il suo cruccio maggiore fu quello di non aver avuto figli. La sua appassionata (ed all’epoca discussa) storia d’amore con Rivera è raccontata in un suo diario. Ebbe – dicono le cronache – numerosi amanti, di ambo i sessi, con nomi che, neanche all’epoca, potevano passare inosservati come quelli del rivoluzionario russo Lev Trotsky e del poeta André Breton. Fu amica e probabilmente amante di Tina Modotti, militante comunista e fotografa nel Messico degli anni Venti. Pochi anni prima della sua morte le venne amputata la gamba destra, in evidente stato di cancrena. Le ultime parole che scrisse nel suo diario sono “spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più.”

Caratteristiche artistiche 

Il regalo del letto a baldacchino con annessa installazione di uno specchio durante il suo prolungato immobilismo, ebbero inizialmente per Frida un effetto sconvolgente e la portarono al ricorrente tema dell’autoritratto. Il primo che dipinse fu per il suo amore adolescenziale, Alejandro. Nei suoi ritratti raffigurò molto spesso gli aspetti drammatici della sua vita, il maggiore dei quali fu il grave incidente di cui rimase vittima nel 1925 mentre viaggiava su un autobus. I postumi di quell’incidente (un corrimano le perforò il bacino e a causa delle ferite sarà sottoposta nel corso degli anni a trentadue interventi chirurgici) condizioneranno la sua salute (ma non la sua tensione morale) per tutta la vita. Il rapporto ossessivo con il suo corpo martoriato caratterizza uno degli aspetti fondamentali della sua arte: crea visioni del corpo femminile non più distorto da uno sguardo maschile. Allo stesso tempo coglie l’occasione di difendere il suo popolo attraverso gli autoritratti, facendovi confluire quel folclore messicano e quell’autobiografismo utopico che li rende originali rispetto alla canonica pittura di storia.

Sotto questo aspetto, forte (ma non privo talvolta di un certo humour) risulta nei suoi quadri l’impatto di elementi fantastici accostati a oggetti in apparenza incongruenti. Si tratta di quadri di piccole dimensioni (Frida predilige il formato 30 x 37 cm) dove si ritrae con una colonna romana fratturata al posto della spina dorsale o circondata dalle scimmie, che cura come figlie nella sua Casa Azul.

Tre importanti esposizioni le furono dedicate nel 1938 a New York, l’anno successivo a Parigi e nel 1953, un anno prima della morte, a Città del Messico. Nella sua casa di Coyoacán, la “Casa Azul”, sorge oggi il Museo Frida Kahlo.

Il rapporto con il Surrealismo 

A partire dal 1938 la pittura s’intensifica: i suoi dipinti non si limitano più alla semplice descrizione degli ‘incidenti’ della sua vita, parlano del suo stato interiore e del suo modo di percepire la relazione con il mondo e quasi tutti includono tra i soggetti un bambino, sua personificazione.

Nel 1938 il poeta e saggista surrealista André Breton vide per la prima volta il suo lavoro: ne rimase talmente stregato da proporle una mostra a Parigi e proclamò che Frida fosse ‘una surrealista creatasi con le proprie mani’. A Parigi Frida frequentò i surrealisti facendosi scortare nei caffè degli artisti e nei night club; tuttavia trovò la città decadente. Sapeva che l’etichetta surrealista le avrebbe portato l’approvazione dei critici, ma le piaceva l’idea di essere considerata un’artista originale. Quello che può essere considerato il suo lavoro più surrealista è “Ciò che l’acqua mi ha dato”: immagini di paura, sessualità, memoria e dolore galleggiano nell’acqua di una vasca da bagno, dalla quale affiorano le gambe dell’artista. In quest’opera così enigmatica sono chiari i riferimenti a Dalì, soprattutto per l’insistenza sui dettagli minuti.

Estremamente surreale è anche il suo diario personale, iniziato nel 1944 e tenuto fino alla morte: si tratta di una sorta di monologo interiore scandito da immagini e parole. Per molte immagini il punto di partenza era una macchia di inchiostro o una linea, come se usasse la tecnica dell’automatismo per verificare le sue nevrosi.

In ogni caso, nonostante l’accento posto sul dolore, sull’erotismo represso e sull’uso di figure ibride, la visione di Frida era ben lontana da quella surrealista: la sua immaginazione non era un modo per uscire dalla logica ed immergersi nel subconscio, ma piuttosto il prodotto della sua vita che lei cercava di rendere accessibile attraverso un simbolismo. La sua idea di surrealismo era giocosa, diceva che esso “è la magica sorpresa di trovare un leone nell’armadio, dove eri sicuro di trovare le camicie”. Anni dopo Frida negherà violentemente di aver preso parte al movimento, forse perché negli anni quaranta questo cessò di essere di moda.

Influenza culturale 

Frida Kahlo è stata la prima donna latinoamericana ritratta su un francobollo degli Stati Uniti, emesso il 21 giugno 2001. L’immagine scelta è un autoritratto dell’artista eseguito nel 1933.

Il titolo dell’album della band Britannica dei Coldplay del 2009 intitolato Viva la Vida or Death and All His Friends si ispira ad una celebre frase che la Kahlo scrisse su il suo ultimo quadro 8 giorni prima della sua morte. Il frontman della band Chris Martin commentò così la scelta del titolo: « Lei è sopravvissuta alla poliomielite, ad una spina dorsale rotta e un male cronico per decenni. Ha avuto un sacco di problemi e poi ha iniziato questo grande quadro a casa sua che diceva Viva La Vida. Mi è piaciuta questa audacia. »

Che donna affascinante.

Fish!

Lo so che ora penserete che sono completamente pazza ma a me non piace il pesce!!!

Però negli ultimi giorni mi sono capitati/pranzi cene a base quasi solo di pesce…Volevo condividere con voi un po’ di foto per farvi venire fame!

Caesar salad….amore incondizionato!

Riso messicano e riso al curry ,too spicy!

Coppa New York

Antipasti

Antipasti still

Fettuccine al ragù bianco e crema di zucca (madonna che bontà)

Paccheri con tonno e bottarga

Tonno

Linguine all’astice (ANSIA)

Spigola in crosta di patate

Cialda calda e croccante con crema pasticciera,pistacchio e fragole

Pesce spada affumicato con rughetta ed agrumi di Sicilia,carpaccio di spigola fresca con tartufo nero e lime e salmone affumicato con robiola,pistacchi e crostini.

Ecco mi è venuta fame anche a me ovviamente.

Things to do!

Le cose che volevo fare a Londra ed avevo scritto qua!

Bubble tea

Questo è quello “hot” cioccolato e tapioca preso a Soho.

Questo invece è quello mela-fragola COLD preso a Camden!(era meglio quello hot!)

Poi CUPCAKES dal famosissimo Hummingbirdbakery

Come al solito…io non sono riuscita a mangiarne più di 1/4…troppo pesante non ce la posso fare!

E pooooooooooooi l’amore mio mi ha comprato il già citato Claddagh ring ❤ Bello,non me ne separo mai.

Il giardino degli aranci

Image

Il Giardino degli Aranci è il nome con cui si indica Parco Savello, un parco di Roma di circa 7.800 m², posto sul colle Aventino, nel rione Ripa, da cui si gode un’ottima visuale della città.

Il giardino, il cui nome deriva dalla presenza caratteristica di numerose piante di aranci amari, si estende nell’area dell’antico fortilizio eretto dalla famiglia dei Savelli (da cui il nome Parco Savello) tra il 1285 e il 1287 nei pressi della Basilica di Santa Sabina sull’Aventino, su un preesistente castello fatto costruire dai Crescenzi nel X secolo.

Il giardino, come si presenta attualmente, fu realizzato nel 1932 dall’architetto Raffaele De Vico, dopo che, con la nuova definizione urbanistica dell’Aventino, nell’area che i padri Domenicani della vicina chiesa tenevano ad orto, era stato previsto di destinare a parco pubblico, in modo da offrire libero accesso alla vista da quel versante del colle, creando un nuovo belvedere romano, da aggiungere a quelli già esistenti del Pincio e del Gianicolo.

Il giardino ha un’impostazione estremamente simmetrica, con un viale mediano in asse con il belvedere, che è stato intitolato a Nino Manfredi dopo la morte dell’attore, ciociaro di origine ma romano di adozione. Il viale si apre in due slarghi: in quello di destra era in origine collocata la fontana realizzata da Giacomo della Porta per piazza Montanara, e dal 1973 trasferita a piazza San Simeone ai Coronari, all’ingresso del parco stesso, addossata ad una nicchia del muro di cinta. La piazza centrale prende il nome da un altro attore simbolo della romanità, Fiorenzo Fiorentini.

La fontana è composta da due pezzi di spoglio: una vasca termale romana ed il monumentale mascherone marmoreo scolpito per ornare una fontana costruita nel 1593 nel Campo Vaccino.
L’antica vasca in granito, adorna di maniglioni a bassorilievo, è collocata al centro di un bacino rettangolare leggermente incassato rispetto al livello stradale, bordato da una fascia in travertino. Sopra di essa, poggiato su un parallelepipedo, si trova il monumentale mascherone marmoreo dalle ciglia aggrottate e dai folti baffi, raccolto in una grande conchiglia.

Il mascherone vanta una lunga storia: dopo lo smontaggio nel 1816 della fontana di Giacomo della Porta, venne recuperato e, a partire dal 1827, fu nuovamente utilizzato per decorare una fontana eretta sulla riva destra del Tevere, in corrispondenza del porto Leonino. Demolita anche questa fontana intorno al 1890, la scultura venne ricoverata presso i depositi comunali, dove rimase per alcuni decenni, fino all’attuale collocazione.

Attualmente il parco dispone di tre ingressi: il principale, in piazza Pietro d’Illiria, fu arricchito nel 1937 dal portale proveniente da Villa Balestra, uno in via di Santa Sabina ed il terzo sul clivo di Rocca Savella.

il posto più romantico della città eterna ❤