Appia antica

Da brava abitante di Roma NORD,non sono mai stata sulla via appia antica (vergogna)…fino a sabato!

My pics

Ho percorso solo la parte che arriva alle catacombe e non vedo l’ora di vedere anche l’altra metà!Sono rimasta molto stupita dalla pulizia e dal verde da cui ero circondata (A Roma è molto RARO trovare di queste cose),e nonostante le due ore di camminata sono stata davvero bene 🙂 Sarà anche che ho beccato una giornata piena di sole ❤

From wiki:

La via Appia Antica è una strada romana che collegava Roma a Brindisi, il più importante porto per la Grecia e l’Oriente nel mondo dell’antica Roma. L’Appia è probabilmente la più famosa strada romana di cui siano rimasti i resti, la sua importanza viene confermata dal soprannome con il quale i Romani la chiamavano: regina viarum.

I lavori per la costruzione iniziarono nel 312 a.C., per volere del censore Appio Claudio Cieco (Appius Claudius Caecus, appartenente allaGens Claudia), che fece ristrutturare ed ampliare una strada preesistente che collegava Roma[2] alle colline di Albano. I lavori di costruzione si protrassero fino al 190 a.C., data in cui la via completò il suo percorso fino al porto di Brindisi.

Nel 71 a.C., 6.000 schiavi si ribellarono sotto la guida del celebre Spartaco (Spartacus). Dopo la cattura e la morte dello schiavo, tutti i ribelli vennero a loro volta catturati e crocifissi lungo la strada fino a Pompei.

La strada fu restaurata ed ampliata durante il governo degli imperatori AugustoVespasianoTraianoAdriano.

Dopo la caduta dell’Impero Romano, la strada cadde in disuso per molto tempo, fino a quando Papa Pio VI ordinò il suo restauro e la riportò in attività.

Dal porto di Brindisi salpò Federico II in direzione della Terra Santa; nel Medioevo, l’Appia divenne con la via Traiana, la via dei crociati.

La strada dimenticata per secoli fu riscoperta durante il periodo rinascimentale.

Ampie parti della strada originale si sono preservate fino ad oggi, ed alcune sono ancora oggi usate per il traffico automobilistico (per esempio vicino a Velletri). Lungo la parte di strada più vicina a Roma si possono ammirare numerose tombe e catacombe romane delle prime comunità cristiane.

Negli anni ’50 e ’60 sul tratto urbano della Via Appia Antica si realizzano ville esclusive che diventano residenza dell’alta società romana. Sull’Appia antica si trovano, tra le altre, le ville di Gina LollobrigidaValentinoFranco ZeffirelliLittle Tony.

Il percorso originale dell’Appia Antica, partendo daPorta Capena, vicino alle Terme di Caracalla, collegava l’Urbe a Capua (Santa Maria Capua Vetere) passando per Aricia (Ariccia),[3] il Foro AppioAnxur (Terracina) nei pressi del fiumeUfente,[2] Fundi (Fondi), ItriFormiae (Formia),[2]Minturnae (Minturno),[2] e Sinuessa (Mondragone).[2][4]

Da Capua proseguiva poi per Vicus Novanensis (Santa Maria a Vico) e superando la Sella di Arpaiaraggiungeva, attraverso il ponte sul fiume IscleroCaudium (Arpaia) e di qui, costeggiando il monte Mauro, scendeva verso Apollosa ed il torrente Corvo, su cui, a causa del corso tortuoso di questo, passava tre volte, utilizzando i ponti in opera pseudosidoma di Tufara Valle, di Apollosa e Corvo. Questi furono distrutti durante la seconda guerra mondiale e sono stati ricostruiti insieme a quello sul fiume Isclero con la massima fedeltà: i primi due a tre arcate e l’ultimo a due. Con l’eccezione del ponte di Tufara Valle, tutti gli altri sono stati ricostruiti nel luogo originario.

È dubbio quale percorso seguisse l’Appia da quest’ultimo ponte fino a Benevento, rimane però accertato che essa vi entrava passando sul Ponte Leproso o Lebbroso, come indicato da tracce di pavimentazioni che conducono verso il terrapieno del tempio della Madonna Delle Grazie da cui poi proseguiva nel senso del decumano, cioè quasi nel senso dell’odierno viale San Lorenzo e del successivo corso Garibaldi, per uscire dalla città ad oriente e proseguire alla volta di Aeclanum (Mirabella Eclano), come testimoniano fra l’altro sei interessanti cippi miliari conservati nel Museo del Sannio.

L’Appia raggiungeva poi il mare a Tarentum (Taranto),[2] passando per Venusia (Venosa) e Silvium (Gravina). Un’importante stazione era presente nella città di Uria (Oria) e da qui terminava aBrundisium (Brindisi)[2] dopo aver toccato altri centri intermedi.

La Via Appia Traiana avrebbe poi subito dopo collegato in maniera più lineare Benevento con Aecae (Troia), Canusium (Canosa) e Barium (Bari).

La strada fu costruita con perizia e precisione degna dei migliori ingegneri moderni tanto da essere percorribile con ogni tempo e mezzo grazie alla pavimentazione che la ricopriva. Mentre sul semplice sterrato infatti gli agenti atmosferici, primo fra tutti la pioggia, rendevano difficile il cammino dei mezzi di trasporto a ruote, la presenza delle grandi pietre levigate e perfettamente combacianti che costituiscono il fondo della via permetteva la circolazione in qualunque condizione meteorologica. La pavimentazione poggiava a sua volta su di uno strato di pietrisco che colmava una trincea artificiale che assicurava la tenuta del drenaggio.

Si trattava di una tecnica nuova e rivoluzionaria e fu a partire da una tale innovazione che la Repubblica e l’Impero Romano poterono costruire la vastissima rete stradale del mondo romano. Quasi sempre rettilinea, larga circa 4.1 metri (14 piedi romani), misura che permetteva la circolazione nei due sensi, affiancata sui lati da crepidines (marciapiedi) per il percorso pedonale, l’Appia si meritò ben presto l’appellativo di regina delle strade (regina viarum). Sulla Via Appia apparvero per la prima volta le pietre miliari.

Enjoy!

Annunci

Gianicolo

Il Gianicolo è un colle romano, prospiciente la riva destra del Tevere e la cui altezza massima è 82 metri. Non fa parte del novero dei sette colli tradizionali. La pendice orientale digrada verso il fiume e alla base si trova il rione storico di Trastevere, mentre quella occidentale, meno ripida, costituisce la parte più vecchia del moderno quartiere di Monteverde.

Il nome del colle secondo la tradizione deriverebbe dal dio Giano che vi avrebbe fondato un centro abitato conosciuto con il nome di Ianiculum. Nella realtà in relazione a tale divinità sul Gianicolo esisteva solo un sacello dedicato al figlio Fons o Fontus.

Era invece presente un piccolo centro abitato (Pagus Ianiculensis) situato ai piedi del colle nella zona di Trastevere oggi corrispondente a piazza Mastai.

Situato sulla riva destra del Tevere, in territorio originariamente etrusco, il colle sarebbe stato occupato e annesso a Roma da Anco Marzio che l’avrebbe fortificato e collegato alla città[1] tramite ilPonte Sublicio sul quale doveva passare l’antica strada che attraversava il colle proveniente dall’Etruria, che in seguito diventò la Via Aurelia.

Nel 477 a.C. i Veienti, dopo aver sconfitto i Fabii nella battaglia del Cremera[2] e l’esercito romano, condotto dal console Tito Menenio Agrippa Lanato[3], stabilirono un fortilizio sul Gianicolo, da dove partivano per razziare la campagna romana[4]. Il colle fu riconquistato l’anno successivo dai romani (476 a.C.), a seguito della battaglia combattuta e vinta contro i Veienti[5].

Rimasto escluso dalle antiche mura serviane, il Gianicolo venne parzialmente incluso nelle mura aureliane.

Un’area del Gianicolo era coperta di boschi sacri dedicati, con un tempio, all’antica divinità Furrina.

Un’altra area cultuale, più tarda, è il santuario isiaco sulla pendice orientale, oggi via Dandolo: il sito è pittoresco, ma poco curato e spesso chiuso; i relativi reperti sono attualmente esposti nella collezione egizia di Palazzo Altemps.

Nel XVII secolo il colle fu incluso nelle mura di Urbano VIII, chiamate appunto anche mura gianicolensi.

L’urbanizzazione del colle del Gianicolo consisteva fino a tutto l’Ottocento di ville con grandi parchi come la villa Doria-Pamphili e la villa Corsini, dei loro casali e di chiese con conventi e terreni come la Basilica di San Pancrazio o San Pietro in Montorio o il Convento di Sant’Onofrio.

Teatro nel 1849 dell’eroica difesa della breve Repubblica Romana contro i francesi chiamati da Pio IX a riprendergli Roma, il Gianicolo divenne dopo l’Unità d’Italia un grande parco pubblico e una sorta di memoriale del Risorgimento: già nel 1879, sul piazzale di San Pietro in Montorio fu costruito un “Monumento ai caduti per la causa di Roma Italiana” oggi scomparso. Nel punto più alto del colle furono successivamente poste le statue equestri di Garibaldi (opera di Emilio Gallori inaugurata nel 1895) e di Anita (opera di Mario Rutelli del 1932 in collaborazione con l’allievo Silvestre Cuffaro; nel piedistallo furono poste anche le ceneri di lei). Nel declivio sotto il Fontanone di Paolo V e lungo la via del Gianicolo che scende verso San Pietro fu collocata una miriade di mezzibusti marmorei, ritratti di illustri garibaldini, dai Mille ai combattenti che con lui avevano resistito per settimane alle truppe francesi di gran lunga più numerose e meglio armate.

L’iniziale monumento ai caduti fu poi spostato e ricostruito nel 1941 da Giovanni Jacobucci poco più in là, al sommo di via Garibaldi, includendovi l’ossario dei caduti della Repubblica Romana del 1849, nel quale fu spostata anche la tomba di Goffredo Mameli.

In cima al colle (praticamente sotto la statua di Garibaldi) è posto dal 24 gennaio 1904 un cannone che spara, a salve, a mezzogiorno in punto. Lo sparo, nei rari giorni in cui la città è meno rumorosa (particolarmente la domenica, o d’agosto), si può sentire fino all’Esquilino.

La cannonata a salve di mezzogiorno fu introdotta da Pio IX nel 1847, per dare uno standard alle campane delle chiese di Roma, in modo che non suonassero ognuna il mezzogiorno del proprio sagrestano[6]. Il cannone era allora in Castel Sant’Angelo, da dove venne spostato nel 1903 a Monte Mario, per qualche mese, per essere poi posizionato al Gianicolo dove ancora sta.

L’uso non fu interrotto dall’Unità d’Italia, ma dalla guerra sì. Fu ripristinato il 21 aprile 1959, in occasione del 2712º anniversario della fondazione di Roma.

Ci sono stata ieri pomeriggio…ecco le mie foto 😉

Lovely and sunny day!

Wo sushi

Si ok ci sto sotto.Lo ammetto.

Ieri ho provato WO SUSHI,un all u can eat a viale giulio cesare.

La regola è :puoi fare due ordinazioni chiedendo di tutto ma solo due e devi finire TUTTO il cibo.

Noi ovviamente abbiamo fatto i fighi ordinando tanto con il primo ordine e solo due cose nel secondo (ammetto di aver buttato quasi tutto nella borsa ahahahahahha stavamo scoppiando).

Cibo comunque molto buono,ambiente carino e prezzo accessibile:20 euro.

Taki sushi

Ristorante F A N T A S T I C O ma un po’ caro,nei pressi di piazza cavour.

QUI

Come il tempura e il sukijaki, il sushi è un piatto giapponese sempre più in voga in tutto il mondo. Le ragioni del suo successo stanno nel fatto che è un cibo sano, a basso contenuto di calorie e di grassi e che utilizza ingredienti freschi, fra i quali il riso, il pesce e le verdure.
 


In linea generale per sushi si intende il “rigirizushi” secondo la ricetta di Tokio, preparato mescolando il riso con aceto e sale, e formando poi degli arancini su cui viene adagiata una fettina di pesce. La storia del sushi risale alla fine del periodo Edo (agli inizi dell’800). La popolazione di questo periodo apprezzava molto questo cibo rapido, facile ed economico che veniva ordinato nei chioschi lungo le strade e consumato sul posto. L’abilità del cuoco che ha imparato a preparare il sushi dopo un periodo di tirocinio è l’elemento che fa la differenza.
 

Sushi, in Giappone, identifica una vasta gamma di cibi a base di riso. In occidente è erroneamente sinonimo di pesce crudo, perchè riferito ad un ristretto genere di cibi giapponesi, quali maki, nigiri e sashimi.

La varietà sushi è data dalla varietà dei ripieni e delle guarnizioni e dall’insieme delle loro combinazioni.

  •    – Makizushi o sushi arrotolato è il tipo di sushi più familiare in occidente ed è avvolto nel nori, un’alga commestibile che racchiude il riso ed il ripieno. Si tratta di una polpetta cilindrica preparata su una stuoia di bambù chiamata makisu. Questo particolare suschi arrotolato prevede quattro varianti:  – Oshizushi o sushi pressato. Il cuoco allinea il fondo dell’oshibako (forma di legno) con una guarnizione, lo ricopre con riso sushi e pressa il coperchio della forma oshibako per ottenere un blocco compatto e rettangolare che verrà tagliato in piccoli pezzi da prendere con le bacchette.
    •       > Futomaki – Polpetta avvolta nel nori, spessa 2/3 cm e larga 4/5 cm. Viene realizzata con due o tre ripieni che creano un armonia di gusto e colore.
    •       > Hosomaki – Polpettina cilindrica avvolta nel nori, spessa e larga circa 2 cm, con un solo tipo di ripieno.
    •       > Temaki – Polpetta a forma di cono, avvolta nel nori. Data la lunghezza, circa 10 cm, va mangiato con le mani.
    •       > Uramaki – L’Uramaki a differenza degli altri maki ha il nori all’interno ed il riso all’esterno. Il nori avvolge il ripieno, posto al centro, e della polpetta di riso guarnita tipicamente da uova di pesce o semi di sesamo tostati
  •   – Nigirizushi o sushi modellato a mano. Polpettina di riso sushi guarnita con un pizzico di di wasabi ed avvolta da una leggera guarnizione e da una striscia sottile di nori. – Inari / Inarizushi Tasca o cavità ricavata da tofu fritto (abura age), da una frittata (fukusazushi) o da foglie di cavolo (kanpyo) ripiena di riso sushi insieme ad altri ingredienti.
    •      > Gunkanzushi. Polpettina di riso, di forma ovale, avvolto manualmente e guarniti con uova di pesce.
  •  –  Chirashizushi. Ciotola di riso sushi arrichito di ingredienti di vario tipo, che prende anche il nome dibarazushi.  – Narezushi è una delle forme più antiche di sushi. Prevede una preparazione lunga almeno sei mesi in cui gli ingredienti vengono riposti in un barile di legno, salati e pressati da un tsukemonoishi o da una pietra, immersi in acqua nella quale fermentano.
    •      Edomae chirashizushi (Stile di Edo). Ciotola di riso sushi arricchito di ingredienti crudi.
    •      Gomokuzushi (stile del Kansai). Ciotola di riso miscelati con ingredienti cotti o crudi .
  •   – Funazushi golosità “chinmi” della cucina giapponese comporta la fermentazione lattica anaerobica di un pesce d’acqua dolce, funa (carassius carassius).