Rampa Imperiale di Domiziano, l’ingresso monumentale ai palazzi imperiali

Apre al pubblico la Rampa Imperiale di Domiziano, l’ingresso monumentale ai palazzi imperiali.

È il risultato di un lungo intervento architettonico e di restauro, suffragato da numerose indagini archeologiche. 

In occasione di questa inaugurazione, che avviene dopo oltre un secolo dalla scoperta, è allestita e promossa dalla Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’Area Archeologica di Roma con Electa una mostra che negli stessi spazi espone alcuni importanti reperti trovati in quest’area del Foro romano. 

Edificata nella seconda metà del I secolo d. C., la Rampa collegava il Foro, cuore politico e amministrativo della città, con il centro del potere, ovvero il Palazzo Imperiale. Il valore simbolico di questo imponente ingresso, una vera ascesa alla residenza dell’imperatore, resta tutt’oggi evidente a chiunque ne varchi la soglia. Del complesso della Rampa erano parte integrante l’Aula che nel medioevo è stata trasformata nell’Oratorio dei XL Martiri, che oggi torna a far parte del percorso di visita. Fanno parte del percorso anche posti di guardia e locali di servizio. 

La Rampa si snodava lungo sette salite (tratti salienti) e sei tornanti, che s’innalzavano fino a 35 metri (pari a oltre 10 piani): delle sette salite originali ne sono rimaste quattro, ora accessibili al pubblico con un percorso che termina con un affaccio inedito sul Foro romano. 

La mostra, corredata da materiale multimediale, espone una serie di ritrovamenti effettuati durante gli scavi condotti dall’architetto-archeologo Giacomo Boni ai primi del Novecento, periodo in cui si realizzarono i primi restauri della rampa. 

Sito ufficiale

James Tissot – Chiostro del Bramante

“Il suo talento di colorista e il suo interesse per la moda viene fuori dai suoi dipinti. Tra le opere esposte, capolavori quali La figlia del capitano e La figlia del guerriero entrambe del 1873 accanto alla Galleria dell’HMS Calcutta (1886) che illustrano i temi principali della sua arte sempre trattati con profondità psicologica e che attestano il suo talento fine osservatore del suo tempo”

James Tissot sarà in mostra in Italia per la prima volta. Un progetto questo in cui hanno fortemente creduto il Chiostro del Bramante e Arthemisia Group, con il Patrocinio dell’Assessorato Cultura e Turismo del Comune di Roma.

Tissot, grande pittore ed incisore francese dell’800, è un artista ancora poco esplorato e conosciuto. Tuttavia la sua opera rappresenta un anello fondamentale nella Storia dell’Arte. Le sue opere arrivano nella capitale dopo le importanti esposizioni dedicategli in tutto il mondo a Parigi, New York, Canada, Londra tra il 1985 sino al 2009.

James Tissot è sicuramente un artista raffinato, parte dell’élite del suo tempo, per molti aspetti enigmatico ed ancora poco conosciuto per le caratteristiche della sua arte che vanno dalle influenze impressioniste alle istanze preraffaellite. Nato in Francia ma di adozione britannica sapeva ambientarsi sia tra i conservatori che tra i liberali. I suoi quadri sono la celebrazione dell’alta borghesia in epoca vittoriana tra la rivoluzione industriale e il colonialismo. I suoi dipinti in fondo trasformano la quotidianità in atti eroici e ogni gesto diventa clichè ma mai senza originalità.

Le opere esposte sono 80 provenienti da musei internazionali quali la Tate di Londra, il Petit Palais e il Museo d’Orsay di Parigi e che ripercorrono tutto il cammino artistico di Tissot. E’ presente in queste opere l’influsso parigino e la realtà londinese tutto sotto la sua caratteristica dominante, la sua vena sentimentale e mistica. Il suo talento di colorista e il suo interesse per la moda viene fuori dai suoi dipinti. Tra le opere esposte, capolavori quali La figlia del capitano e La figlia del guerriero entrambe del 1873 accanto alla Galleria dell’HMS Calcutta (1886) che illustrano i temi principali della sua arte sempre trattati con profondità psicologica e che attestano il suo talento fine osservatore del suo tempo.

I suoi dipinti restano una fotografia della vita dell’alta borghesia ma, al contempo anche della società di quel tempo. I suoi primi quadri risentono dell’influenza della scuola  olandese e furono esposti al Salon quando aveva solo 23 anni.

Allo scoppio della guerra franco-prussiana si arruola, ma sospettato di essere comunista, fu costretto a lasciare Parigi per Londra, dove si avvicina alla tecnica dell’acquaforte, sotto la guida di Seymur Haden, e dipinge ritratti caratterizzati dalla fedeltà realistica.

In poco tempo però ritrova i soggetti da lui preferiti a Parigi: eventi sociali e personaggi della società londinese, riscuotendo un notevole successo di pubblico ma anche l’ostilità della critica che lo considerava troppo realistico, dicendo che si suoi quadri apparivano quasi “fotografie”.

Nel 1876 si innamora di Kathleen Newton, che poi morirà a soli 28 anni. Tissot va in crisi e si trasferisce in Palestina, dove resterà per dieci anni, ed i suoi dipinti entrano in una fase “mistica”: queste opere, circa 700 disegni ad acquerello che illustrano la vita di Cristo, gli procurarono ingenti guadagni e mettono in evidenza quello che forse viene considerato il suo lato più enigmatico ed eccezionale.

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Balthus – Scuderie Del Quirinale

BALTHUS alle SCUDERIE del QUIRINALE e a VILLA MEDICI fino al 31 Gennaio 2016 // Una grande mostra monografica divisa in due sedi, maestro tra i più enigmatici del ‘900

Scuderie del Quirinale / Villa Medici, Roma
24 ottobre 2015 – 31 gennaio 2016

febbraio 2016 – giugno 2016

A cura di Cécile Debray, curatrice del Musée National d’Art Moderne/Centre Pompidou
Con una grande mostra monografica divisa in due sedi, Roma celebra – a quindici anni dalla morte – Balthasar Klossowski de Rola, in arte Balthus (1908-2001), maestro tra i più originali ed enigmatici del Novecento, il cui rapporto con la città eterna fu decisivo per gli indirizzi della sua arte.

Circa duecento opere, tra quadri, disegni e fotografie, provenienti dai più importanti musei europei ed americani oltre che da prestigiose collezioni private, compongono un avvincente percorso in due segmenti: alle Scuderie del Quirinale una completa retrospettiva organizzata intorno ai capolavori più noti, a Villa Medici un’esposizione che, attraverso le opere realizzate durante il soggiorno romano, mette in luce il metodo e il processo creativo di Balthus: la pratica di lavoro nell’atelier, l’uso dei modelli, le tecniche, il ricorso alla fotografia.

Nato a Parigi da padre polacco, che fu un noto critico d’arte, e madre russa, una pittrice e animatrice di importanti salotti culturali, Balthus trascorre l’infanzia tra Berlino, Berna e Ginevra al seguito degli irrequieti genitori, rientrando in Francia solo nel 1924 imbevuto di cultura mitteleuropea. Folgorato in giovane età dai maestri del Rinascimento toscano e in particolare da Piero della Francesca, scoperti in occasione di un primo viaggio in Italia, nel 1926, Balthus concepisce le sue composizioni attraverso un pensiero figurativo e una chiarezza logica ereditati dalla cultura artistica italiana. È proprio da questa tradizione – integrata dalla conoscenza dei movimenti italiani del Realismo magico e della Metafisica, oltre che dalla Nuova Oggettività tedesca – che trae origine quell’enigmatica staticità che è caratteristica distintiva della sua produzione pittorica, in particolare quella che risale agli anni Trenta. Dopo la guerra, la pittura di Balthus si fa più densa, mentre le iconografie, più orientate sul nudo, prendono ad oggetto ragazze adolescenti rappresentate in momenti riservati o contemplativi.

Sulla sua originaria devozione verso la cultura italiana si innesta, a partire dal 1961, la cruciale esperienza del soggiorno romano come direttore dell’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici. Nello svolgimento di questo prestigioso incarico durato 17 anni, Balthus approfondisce la pratica del disegno e della pittura e si misura col progetto magno del restauro dell’edificio e dei giardini storici, che sono accessibili ai visitatori della mostra.

Balthus, Le roi des chats [Il Re dei gatti], 1935

The Art of the Brick, la mostra di Nathan Sawaya con i Lego

Dal 28 ottobre al 14 febbraio i capolavori di Nathan Sawaya allo Spazio Set in via Tirso

L’artista è Nathan Sawaya, statunitense, che ha lasciato nel 2004 il mestiere di avvocato per dedicarsi a tempo pieno alla costruzione di opere d’arte interamente realizzate con i famosi mattoncini. Nei suoi art studio di New York e Los Angeles ne ha collezionati circa 4 milioni. L’immaginazione ed il talento di Sawaya sono stati protagonisti della sua prima esposizione nel 2007, che ha avuto un enorme successo.

Adesso l’artista debutta a Roma con la mostra allestita al Set – Spazio Eventi Tirso, nel quartiere Salario, dal 28 ottobre al 14 febbraio. “Credo che le mie opere conquistino il pubblico perché i Lego sono giocattoli familiari: così propongo un’arte democratica e accessibile a tutti, in cui ognuno trova il suo approccio” spiega Sawaya, che attraverso una genialità giocosa racconta le emozioni e gli stati d’animo che prova viaggiando o vivendo esperienze quotidiane.

Camminando nel percorso espositivo è possibile trovare oltre 80 lavori in esposti, tutte creazioni in 3D che catturano lo sguardo, creando un mix di colore e movimento, esaltato attraverso la luce e la prospettiva. Si spazia così dalle opere d’arte dei grandi maestri, come “La Gioconda”, “La Venere di Milo” e “L’Urlo”, a figure umane a grandezza naturale, fino a costruzioni di grandi dimensioni come lo scheletro di un dinosauro T-Rex lungo 7 metri. Tutti capolavori reinterpretati e ricostruiti con grande precisione e tenendo sempre a mente l’elemento fondamentale che caratterizza la mostra: la fantasia.

Non è un caso che la Cnn abbia definito The Art of the Brick una delle dieci mostre da non perdere al mondo e che l’arte di Sawaya sia arrivata, oltre che negli Stati Uniti, sino in Australia, Taiwan, Singapore e Cina.  “Il lavoro di Nathan Sawaya – spiega il curatore della mostra Fabio Di Gioia – colpisce immediatamente, forse anche più l’adulto che il bambino. Le opere infatti sembrano tutte facilmente realizzabili: basta avere a disposizione un buon numero di mattoncini e attaccarli secondo uno schema. Ma in The Art of The Brick c’è soprattutto l’elemento del genio, nascosto dal divertissement, che esprime sia l’arte, reinterpretandola, sia la condizione umana. E questo è piuttosto un gioco da adulti”.

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Fonte . La Repubblica.

Santi Ambrogio e Carlo al Corso – La chiesa dei Lombardi a Roma

Santi Ambrogio e Carlo al Corso, anche conosciuta solo come San Carlo al Corso, è una basilica minore di Roma, chiesa “nazionale” dei lombardi residenti a Roma. La sua costruzione iniziò nel 1612, in sostituzione di un edificio del X secolo. Il titolo cardinalizio della chiesa appartiene tradizionalmente all’arcivescovo di Milano. Dal 1906 è officiata dai Rosminiani.

29 agosto 1471 papa Sisto IV approvò la fondazione della Confraternita dei Lombardi, molto numerosi a Roma, e diede loro come sede la Chiesa di San Nicola (o Niccolò) de Toffo in Campo Marzio. Questa antica chiesa, già menzionata in documenti papali del X secolo, fu ribattezzata col nome di sant’Ambrogio cui fu aggiunto quello di San Carlo dopo la canonizzazione di Carlo Borromeo nel 1610, e fu sede dalla confraternita (diventata poi Arciconfraternita dei Santi Ambrogio e Carlo della Nazione Lombarda) fino alla costruzione dell’attuale chiesa, sul posto stesso di quella precedente, che fu demolita.

L’attuale chiesa fu inizialmente progettata da Onorio Longhi grazie ad una donazione del cardinale milanese Luigi Alessandro Omodei. La novità del progetto fu la scelta, per il presbiterio, di un ampio deambulatorio dietro l’altare maggiore, volutamente ispirato all’architettura del duomo di Milano.

Il cantiere continuò a rilento per mancanza di fondi; da segnalare il breve coinvolgimento di Borromini e quello, più continuativo, di Martino Longhi il Giovane, che eseguì un disegno non realizzato per una facciata concava serrata tra due campanili cilindrici scanditi da un affollamento di colonne in travertino.

Dal 1906, la cura della basilica è affidata ai sacerdoti dell’Istituto della Carità.

In questa basilica sono stati ordinati vescovi Angelo Giuseppe Roncalli, il 19 marzo 1925, e Clemente Riva, il 22 giugno 1975. Riva nel 1966 ne era stato Rettore.

La chiesa è diventata basilica minore con il breve Lombardi in Urbe di papa Pio XI del 21 dicembre 1929.

L’interno

La facciata realizzata è in realtà molto più semplice; il disegno si deve allo stesso cardinale Alessandro Omodei.

La conclusione dell’edificio si deve a Pietro da Cortona, che disegnò la cupola, la quinta di Roma per ampiezza (dopo la basilica di San Pietro in Vaticano, la basilica di San Giovanni Bosco, la basilica dei Santi Pietro e Paolo e la chiesa di Sant’Andrea della Valle) e la decorazione in stucco della volta (1669).

L’interno molto luminoso, ricco di stucchi, finti marmi e affreschi, è uno degli esempi più caratteristici dello sfarzo teatrale del tardo barocco romano. La volta, il catino dell’abside e i pennacchi della cupola sono affrescati da Giacinto Brandi; da segnalare il fastoso altare del transetto destro, su disegno di Paolo Posi, che contiene una copia a mosaico dell’Immacolata Concezione di Carlo Maratta a Santa Maria del Popolo.

Opere

La volta della prima cappella a destra è affrescata da Paolo Albertoni, mentre nella prima cappella a sinistra va ricordata la pala con San Barnaba di Pier Francesco Mola; nella chiesa è anche conservato un dipinto di Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone.

Presso l’altare maggiore si può osservare la grande pala con la Gloria dei santi Ambrogio e Carlo, uno dei capolavori di Carlo Maratta.

La Basilica conserva anche La Trinità di Tommaso Luini e il busto marmoreo del cardinale Luigi Omodei di Agostino Cornacchini posto nella navata principale.

Lo scultore italiano contemporaneo Fernando Mario Paonessa ha realizzato per la Basilica due importanti opere di scultura: la Via Crucis, 16 formelle in bronzo di cm 85x15x100, collocata così da guardare verso la navata centrale e il Consummatum Est, in bronzo, alta 250 cm, raffigurante il Cristo sull’albero della vita. Un Cristo dalla figura esile come un'”ombra” etrusca, che si libera dalla croce e, nell’ampio gesto delle mani, indica già la resurrezione.

Opere già nella chiesa

  • Moretto, Madonna col Bambino e quattro Dottori della Chiesa, 1540-1545, oggi nello Städelsches Kunstinstitut di Francoforte sul Meno.

Organo a canne

Sulle due cantorie ai lati del presbiterio vi è l’organo a canne ditta Tamburini opus 119, costruito nel 1928 per volere di Papa Pio XI e del cardinale Giovanni Tacci Porcelli. Lo strumento, la cui disposizione fonica fu redatta da Ulisse Matthey, è stato restaurato più volte negli anni ottanta e anni novanta del XX secolo e poi dalla ditta OSL nel 2008 che ha costruito una nuova consolle e mutato il sistema di trasmissione da misto pneumatico-elettrico in elettronico nel 2008. L’organo, attualmente (2012), ha tre tastiere di 61 note ciascuna ed una pedaliera di 32.

Quante volte ci siete passati davanti trascinati dalla folla di Via del Corso ?

Vale sicuramente la pena trovare  minuti per entrarci e godere di queste bellezze che solo Roma al mondo può regalarvi ❤