Venezia la Bella…Padova sua sorella!

Un mese fa circa sono stata a Padova.

Non era la prima volta ma quando andai fu solo per visita la Bellissima Cappella dei Scrovegni (In realtà, quella “semplice costruzione” come la definì lo stesso Giotto, ospita il più importante ciclo di affreschi del mondo).

Se passate per Padova stupitevi ammirando il cielo stellato sotto il quale si svolgono gli episodi della vita di Gioacchino e Anna (riquadri 1-6), quelli della vita di Maria (riquadri 7-13) e gli episodi della vita e morte di Cristo. Stupitevi un pochino di più pensando che Giotto ci mise solo due anni a completare il tutto. Nel 1303 riceve l’incarico da Enrico Scrovegni e nel 1305 ha già terminato. Enrico volle costruire la Cappella in suffragio dell’anima del padre, Reginaldo Scrovegni, che di cose da farsi perdonare ne aveva molte. Banchiere e usuraio, talmente famoso e temuto, da essere collocato da Dante nell’inferno della Divina Commedia. Con la Cappella degli Scrovegni, Giotto cominciò la rivoluzione della pittura moderna.

Sono tornata poichè il nonno del mio ragazzo è originario di un paesino a pochi Km di distanza,Arquà Petrarca,ragion per cui abbiamo deciso di passare un week end tutti insieme nella sua casa!

Il venerdì di quel week end lo abbiamo passato per metà giornata a Padova,riuscendo a vedere parecchie cose :

Basilica di Sant’Antonio a Padova

I padovani chiamano Sant’Antonio “Il Santo“, senza aggiungere il nome. Questo fa comprendere non solo l’affetto ma anche l’importanza per Padova della Basilica che ospita le reliquie di Sant’Antonio.

Meta di un pellegrinaggio senza sosta che raggiunge il culmine con la processione del 13 giugno, la Basilica di Sant’Antonio merita una visita anche per la presenza di molti capolavori dell’arte italiana. La prima cosa che si nota è la compresenza di stili diversi dovuti agli interventi che si sono susseguiti: la facciata romanica, il deambulatorio gotico con le sette cappelle, le cupole bizantine i campanili moreschi. All’interno, partendo da destra, si susseguono la Cappella del Gattamelata e quella di San Giacomo affrescata nel 1300 da Andriolo de Santi, uno dei maggiori architetti e scultori veneziani d’allora. Subito dopo c’è la Cappella della Crocifissione e poi la Sala del Capitolo, con un frammento di Crocifissione attribuito a Giotto. Il “Tesoro della Basilica” con le reliquie del Santo si trova al centro del Deambulatorio. In diverse teche sono visibili la lingua e il mento intatti di Sant’Antonio, segno, secondo la Chiesa, del riconoscimento che Dio ha voluto dare all’instancabile opera di evangelizzazione del Santo. Nella Piazza antistante la basilica da non perdere Il monumento equestre al Gattamelata, statua in bronzo di Donatello, autentica rivoluzione nella storia dell’arte: è stata la prima statua equestre di grandi dimensioni svincolata da altri elementi architettonici.

Piazza delle Erbe e della Frutta a Padova

Da secoli, Piazza delle Erbe, è il luogo di Padova deputato al mercato. I nomi che si sono susseguiti per definire questo ampio spazio ne hanno sempre indicato l’origine e la funzione commerciale: “Piazza della Biada“, “Piazza Del Vino“, così come le scale dell’imponente Palazzo Ragione venivano chiamate “Scala delle Erbe” perché ci si mettevano i venditori di lattughe, cipolle, porri, verze o “Scala del vino” o la “Scala dei ferri lavorati“.

In realtà anche i nomi delle vie circostanti la piazza tradiscono la loro funzione commerciale: osti, macellai, fruttivendoli, ogni angolo aveva una specializzazione. Alle spalle di Piazza delle Erbe, divisa dal Palazzo della Ragione, c’è l’altra piazza commerciale di Padova: è Piazza della Frutta. Anche in questo caso il nome tradisce origine e funzione originaria, anche se adesso ospita un mercato in cui si vendono quasi esclusivamente abiti. Da notare il Peronio, una colonna medievale il cui nome deriva dal latino perones, le calzature in cuoio che qui venivano vendute.

Le due piazze sono unite dal “Volto della Corda” o “Canton delle busie“, passaggio coperto chiamato così perché qui i bugiardi, i falliti, gli imbroglioni e i debitori venivano colpiti sulla schiena con una corda. Le corde rimanevano sempre appese a cinque anelli di pietra infissi nel muro come monito. L’angolo sotto al “Volto della Corda” prende il nome di “Canton delle busie” (angolo delle bugie) perché qui i commercianti tenevano le loro trattative. Sono ancora oggi visibili le pietre bianche con le antiche misure padovane, riferimento per impedire che i venditori imbrogliassero i clienti.

Palazzo della Ragione a Padova

Su Piazza delle Erbe affaccia il più imponente palazzo nonché simbolo di Padova: è Palazzo della Ragione (1208 circa) nei secoli sede del Tribunale, da cui prende il nome. I padovani lo chiamano anche “Il salone” perché il primo piano è in realtà un unico ambiente a forma di salone, per molti secoli il più grande del mondo, a cui si accede dalla “Scala delle Erbe” in Piazza delle Erbe.

L’interno del palazzo è stupefacente: un unico ambiente lungo 80 metri e largo 27, completamente affrescato. Doveva essere ancora più bello quando c’erano gli affreschi di Giotto, distrutti durante l’incendio del 1420. Il ciclo pittorico all’interno del palazzo è uno dei più grandi al mondo: si susseguono motivi zodiacali, astrologici, religiosi, animali, che simboleggiano le attività della città, nei diversi periodi dell’anno e l’intervento dei giudici del palazzo per derimere le questioni. Nel Salone è conservata laPietra del Vituperio“, un blocco di porfido nero di su cui i debitori insolventi erano obbligati a spogliarsi e battere per tre volte le natiche prima di essere costretti a lasciare la città. Questa pratica ha dato origine all’espressione restar in braghe de tea. Davanti al Salone (accanto al Palazzo Comunale) c’è il “Palazzo delle Debite“, adibito a prigione a cui si accedeva direttamente dal Palazzo della Ragione con un passaggio ormai distrutto.

Prato della Valle a Padova

I padovani sono fieri della grandezza di Prato della Valle (88620 mq), una piazza che per estensione totale è seconda solo alla Piazza Rossa di Mosca. Per comprendere quanto effettivamente sia grande, basta pensare che è formata da un’isola centrale, completamente verde, chiamata Isola Memmia in onore del podestà che commissionò i lavori.

Intorno all’isola c’è una canale di circa 1,5 km di circonferenza, circondato da una doppia fila di statue numerate (78) di personaggi famosi del passato. Per raggiungere l’isola centrale ci sono 4 viali incrociati con relativi ponti sul canale. Prato della Valle sorge in un luogo da sempre fulcro della vita di Padova: qui c’era un grande teatro romano e un circo per le corse dei cavalli. Qui furono martirizzati due dei quattro patroni della città, Santa Giustina e San Daniele. Nel Medioevo si svolgevano fiere, giostre e feste pubbliche. Oggi in Prato della Valle turisti e padovani passeggiano, vanno in bici, prendono il sole d’estate o fanno tardi la sera. Dopo anni di abbandono, la Piazza ha finalmente ripreso la sua centralità nella vita di Padova.

Duomo e Battistero di Padova

La Basilica di Sant’Antonio prende gran parte dell’attenzione dei turisti che si recano a Padova, mettendo in secondo piano il Duomo e il Battistero. Il Duomo, dedicato a Santa Maria Assunta, fu costruito a partire dal 1522 su progetto di Michelangelo Buonarroti.

La facciata su cui si aprono i tre portali è incompleta mentre l’interno è ampio e armonioso anche se di non particolare originalità. Molto più bello è il Battistero adiacente al Duomo con un ciclo di affreschi considerato il capolavoro di Giusto de’ Menabuoi. Appena si alza lo sguardo verso la cupola ci si sente osservati da centinaia di occhi di angeli e santi e lo sguardo severo del Cristo Pantocratore al centro della scena. Sulle altre pareti e sui pennacchi sono rappresentate “Storie della Genesi“, “Profeti ed evangelisti” e le “Storie di Cristo e del Battista“.

Santa Giustina

Il grandioso e celebre tempio di Santa Giustina, che secondo alcuni studiosi sorgerebbe sulle rovine di un tempio pagano, è la più importante opera architettonica di Padova e il più antico luogo di culto della città.
La chiesa, straordinariamente affascinante per la sua posizione laterale ed asimmetrica rispetto a Prato della Valle, venne fondata intorno al V secolo su un luogo cimiteriale in memoria della martire Giustina: una giovane patrizia cittadina che fu martirizzata nel 304 nella feroce persecuzione di Massimiliano. Secondo la tradizione il padre della martire, Vitaliano, alto funzionario imperiale che pare fosse stato convertito al cristianesimo da San Prosdocimo, fece costruire il primo nucleo della chiesa che sarebbe diventata la sede della prima cattedrale della città cristiana.
Alla Chiesa fu annesso successivamente un monastero benedettino e il complesso si arricchì progressivamente di beni e reliquie. Dopo la ricostruzione, a seguito del terremoto del 1117, la chiesa fu demolita nel 1502 per dar posto all’attuale colosso, realizzato tra il 1532 e il 1579 da diversi architetti, e in particolare da Andrea Moroni e Andrea da Valle.

La facciata, che sarebbe dovuta essere ricoperta di marmo, probabilmente bianco, non fu mai portata a termine.
Sulla gradinata si possono ammirare due grifi in marmo rosso di Verona appartenenti al portale duecentesco.
Furono inoltre necessari 85 anni per arrivare alla copertura del tetto che richiese enormi quantità di denaro e di materiali. Ed è per queste ragioni che quando si pensa ad un lavoro interminabile, si dice: “…longo come a fabrica de Santa Giustina”.
La facciata in ruvida pietra è d’altra parte entrata a pieno titolo nell’immagine acquisita, in tutto ciò aiutata dall’orizzonte delle otto cupole, che le danno un aspetto rotondeggiante, e dal campanile poggiante sul predecessore medievale, che nasconde interessanti elementi delle fabbriche anteriori e che domina la vastissima mole della Basilica.

L’interno, vasto e luminoso, uno dei massimi capolavori dell’architettura rinascimentale, è a croce latina e si presenta diviso da grandi pilastri in tre navate. La luce entra attraverso le cupole finestrate. Per dimensioni (122 metri di lunghezza) Santa Giustina è la nona tra le chiese del mondo, segnata anche nel pavimento della Basilica di S. Pietro a Roma.
Partendo dalla navata di destra, dietro l’Arca di San Mattia si apre un suggestivo passaggio per il Pozzo dei Martiri (1566) dove sono raccolte tutte le reliquie dei martiri padovani, ornato da quattro statue in terracotta; sulla destra una gabbia in ferro che conteneva le reliquie di San Luca. Di qui giungiamo al Sacello di S. Prosdocimo (il sacello è una piccola cappella votiva) con ricche decorazioni marmoree e musive (di mosaico), fatto costruire alla fine del VI secolo.
Tornati in chiesa attraverso il transetto e la cappella dedicata a San Massimo, nota per il movimentato gruppo marmoreo di Filippo Parodi raffigurante la Pietà, si accede alla trecentesca Cappella di S. Luca.
L’ancona (tavola dipinta) di Andrea Mantegna che era posta sopra l’Arca di San Luca, opera pisana del 1316 con bellissimi rilievi in alabastro, fu asportata da Napoleone e oggi si trova alla Pinacoteca Brera di Milano.
Una lapide in marmo nero ricorda la sepoltura della veneziana Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, morta nel 1684 a soli 38 anni, la prima donna laureata nel mondo (1678).
Attraverso il Coro vecchio, che era l’abside della chiesa precedente (1462), con 50 stalli e sedili in noce, si accede all’antisagrestia, dove è custodito l’architrave del portale romanico della basilica vecchia (1080 circa).
La sagrestia (1462) racchiude arredi lignei seicenteschi.
Notevolissimi gli intagli e i decori del cinquecentesco coro, dove la pala (Martirio di S. Giustina, 1575 circa) all’altare di fondo è di Paolo Veronese.
La cappella a sinistra del presbiterio reca nella volta e nel catino affreschi di Sebastiano Ricci.

Il ricco monastero, che in passato accolse personaggi illustri e papi, fu soppresso da Napoleone Bonaparte nel 1810 e trasformato in caserma e ospedale militare. Ritornò ai monaci nel 1919 e fu eretto nuovamente in Abbazia nel 1943.
E’ possibile visitarne il Chiostro del Capitolo, costruito nel XII secolo in stile romanico e il Chiostro Maggiore, chiamato anche Chiostro Dipinto per i molti affreschi che lo decoravano.
La biblioteca monastica medioevale, con i suoi arredi, i suoi scaffali scolpiti in legno pregiato, le ricche tappezzerie, le raccolte d’arte, incrementate da lasciti e donazioni, e i suoi 80.000 volumi, aveva raggiunto l’apice nel XVIII secolo, ma a seguito di un decreto di Napoleone fu soppressa. Gli scaffali furono portati nella Sala dei Giganti della Reggia Carrarese, ora Liviano, ma purtroppo furono tanti i libri e i capolavori d’arte dispersi.

Caffè Pedrocchi (Assaggiate il Pedrocchino,caffè buonissimo!!!)

Il Caffè Pedrocchi è un caffè storico di fama internazionale, situato nel pieno centro di Padova, in via VIII febbraio nº 15.

Aperto giorno e notte fino al 1916 e perciò noto anche come il “Caffè senza porte“, per oltre un secolo è stato un prestigioso punto d’incontro frequentato da intellettuali, studenti, accademici e uomini politici.

L’8 febbraio 1848, il ferimento al suo interno di uno studente universitario diede il via ad alcuni dei moti caratterizzanti il Risorgimento italiano e che sono ancora oggi ricordati nell’inno ufficiale universitario, Di canti di gioia.

Tra Settecento e Ottocento il consumo del caffè si è diffuso anche in Italia e si è andata così affermando la tradizione del caffè come circolo borghese e come punto d’incontro aperto, in contrapposizione alla dimensione privata dei salotti nobili. A Padova la presenza aggiuntiva di oltre tremila persone tra studenti, commercianti e militari fece sì che, più che in altri centri cittadini, si sviluppasse questo tipo di attività.

In questo contesto, nel 1772 il bergamasco Francesco Pedrocchi apre una fortunata “bottega del caffè” in un punto strategico di Padova, a poca distanza dall’Università, dal Municipio, dai mercati, dal teatro e dalla piazza dei Noli (oggi Piazza Garibaldi), da cui partivano diligenze per le città vicine, e dall’Ufficio delle Poste (oggi sede di una banca).

Il figlio Antonio, ereditata la fiorente attività paterna nel 1800, dimostra subito capacità imprenditoriali decidendo di investire i guadagni nell’acquisto dei locali contigui al suo e, nel giro di circa 20 anni, si ritrova proprietario dell’intero isolato, un’area pressappoco triangolare delimitata a est dalla via della Garzeria (oggi via VIII febbraio), a ovest da via della Pescheria Vecchia (oggi vicolo Pedrocchi) e a nord dall’Oratorio di San Giobbe (oggi piazzetta Pedrocchi).

Il 16 agosto 1826 Antonio Pedrocchi presenta alle autorità comunali il progetto per la costruzione di uno stabilimento, comprendente locali destinati alla torrefazione, alla preparazione del caffè, alla “conserva del ghiaccio” e alla mescita delle bevande. Prima di questo cantiere, Pedrocchi aveva incaricato un altro tecnico, Giuseppe Bisacco, di eseguire i lavori di demolizione dell’intero isolato e di costruire un edificio ma, insoddisfatto del risultato, aveva richiesto a Giuseppe Jappelli, ingegnere e architetto già di fama europea e esponente di spicco della borghesia cittadina che frequentava il caffè, di riprogettare il complesso dandogli un’impronta elegante e unica.

Nonostante le difficoltà determinate dal dover disegnare su una pianta irregolare e dal dover coordinare facciate spazialmente diverse, Jappelli fu in grado di progettare un edificio eclettico che trova la sua unità nell’impianto di stile neoclassico. L’illustre veneziano volle trasferire in architettura la sua visione laica e illuminista della società, creando quello che poi diverrà uno degli edifici-simbolo della città di Padova.

Il piano terreno fu ultimato nel 1831, mentre nel 1839 venne realizzato il corpo aggiunto in stile neogotico denominato “Pedrocchino”, destinato ad accogliere l’offelleria (pasticceria). In occasione del “IV Congresso degli scienziati italiani” (evento dal titolo significativo, visto che Padova si trovava ancora sotto la dominazione asburgica), nel 1842 si inaugurarono le sale del piano superiore che, secondo il gusto storicizzante dell’epoca, erano state decorate in stili diversi, creando un singolare percorso attraverso le civiltà dell’uomo.

Per la loro realizzazione Jappelli si avvalse della collaborazione dell’ingegnere veronese Bartolomeo Franceschini e di numerosi decoratori, tra cui il romano Giuseppe Petrelli, al quale si deve la fusione delle balaustre delle terrazze con i grifi, i bellunesi Giovanni De Min, ideatore della sala greca, Ippolito Caffi della sala romana e Pietro Paoletti della sala pompeiana (o “ercolana”), il padovano Vincenzo Gazzotto, pittore del dipinto sul soffitto della sala rinascimentale.

Le sale del piano superiore erano destinate a incontri, convegni, feste e spettacoli e il loro utilizzo veniva concesso ad associazioni pubbliche e private che, a vario titolo, potevano organizzare eventi.

Antonio Pedrocchi si spense il 22 gennaio 1852. Animato dalla volontà di lasciare la gestione del suo caffè a una persona di fiducia, aveva adottato Domenico Cappellato, il figlio di un suo garzone, che alla morte del padre putativo si impegnò nel dare continuità all’impresa ricevuta in eredità, pur cedendo in gestione le varie sezioni dello stabilimento.

Alla morte di Cappellato, avvenuta nel 1891, il caffè passa al Comune di Padova. In un testamento stilato alcuni mesi prima, Cappellato lasciava infatti lo stabilimento ai suoi concittadini:

« Faccio obbligo solenne e imperituro al Comune di Padova di conservare in perpetuo, oltre la proprietà, l’uso dello Stabilimento come trovasi attualmente, cercando di promuovere e sviluppare tutti quei miglioramenti che verranno portati dal progresso dei tempi mettendolo al livello di questi e nulla tralasciando onde nel suo genere possa mantenere il primato in Italia »
(Dal testamento di Domenico Cappellato Pedrocchi)

La decadenza

Uno scorcio della Sala Rossa al piano terra del caffè

Un inevitabile degrado dovuto alle difficoltà determinate dalla grande guerra caratterizzerà il caffè negli anni tra il 1915 e il 1924. In quest’ultima data hanno inizio i lavori di restauro del “Pedrocchino”, che si protrarranno fino al 1927. Negli anni successivi va purtroppo dispersa gran parte degli arredi originari disegnati dallo stesso Jappelli, che verranno sostituiti via via nell’epoca fascista.

Dopo la seconda guerra mondiale, con il progetto dell’architetto Angelo Pisani che si impone contro quello di Carlo Scarpa, mai preso in considerazione dall’amministrazione comunale, si avvia un nuovo restauro che ridefinisce i vani affacciati sul vicolo posteriore, trasforma lo stesso vicolo in una galleria coperta da vetrocemento e ricava alcuni negozi, un posto telefonico pubblico e una fontana in bronzo sventrando parte dell’Offelleria, del Ristoratore e demolendo la Sala del Biliardo.

Nonostante le proteste di molti cittadini e le perplessità della Soprintendenza ai monumenti, viene sostituito lo storico bancone in marmo con banchi di foggia moderna, viene installata una fontana luminosa al neon e le carte geografiche della sala centrale, caratterizzate dalla rappresentazione rovesciata delle terre emerse (curiosamente il sud viene rappresentato in alto) vengono sostituite da specchi.

Per buona parte degli anni ottanta e novanta il Pedrocchi rimane chiuso per difficoltà tra i titolari della gestione e il Comune; nel 1994 viene finalmente deciso il recupero dei locali e all’architetto Umberto Riva e ai collaboratori M. Macchietto, P. Bovini e M. Manfredi viene affidato il compito di rimediare ai danni provocati dal devastante restauro Pisani degli anni cinquanta e di riportare all’antico splendore i locali dello storico caffè.

Dopo l’esecuzione del primo stralcio di lavori, il 22 dicembre 1998 il caffè viene restituito ai cittadini di Padova.

Architettura

Il Caffè Pedrocchi si configura come un edificio di pianta approssimativamente triangolare, paragonata a un clavicembalo. La facciata principale si presenta con un alto basamento in bugnato liscio, guarda verso est e si sviluppa lungo la via VIII febbraio; su di essa si affacciano le tre sale principali del piano terra: la Sala Bianca, la Sala Rossa e la Sala Verde, così chiamate dal colore delle tappezzerie realizzate dopo l’Unità d’Italia nel 1861.

La Sala Rossa è quella centrale, divisa in tre spazi, è la più grande e vede attualmente ripristinato il bancone scanalato di marmo così come progettato da Jappelli. La Sala Verde, caratterizzata da un grande specchio posto sopra al camino, era per tradizione destinata a chi voleva accomodarsi e leggere i quotidiani senza obbligo di consumare. È stata pertanto ritrovo preferito degli studenti squattrinati e a Padova si fa risalire a questa consuetudine il modo di dire essere al verde. La Sala Bianca, si affaccia verso il Bo, conserva in una parete il foro di un proiettile sparato nel 1848 dai soldati austro-ungarici contro gli studenti in rivolta contro la dominazione asburgica. Inoltre, è anche nota come ambientazione scelta da Stendhal per il suo romanzo “La certosa di Parma”. Completa il piano terra la Sala Ottagona o della Borsa, dall’arredo non troppo raffinato, destinata in origine alle contrattazioni commerciali.

A sud il caffè termina con una loggia sostenuta da colonne doriche e affiancata dal corpo neo-gotico del cosiddetto “Pedrocchino”. Quest’ultimo, è costituito da una torretta a base ottagonale che rappresenta una fonte di luce, grazie alle finestre disposte su ogni lato. Inoltre, al suo interno è presente una scala a chiocciola. Due logge nello stesso stile si trovano dislocate sul lato nord, e davanti a queste si trovano quattro leoni in pietra scolpiti dal Petrelli, che imitano quelli in basalto che ornano la cordonata del Campidoglio a Roma.

Tra le due logge del lato nord si trova una terrazza delimitata da colonne corinzie.

Il piano superiore o “piano nobile” è articolato in dieci sale, ciascuna decorata con uno stile diverso:

  1. Etrusca
  2. Greca
  3. Romana: caratterizzata da una pianta circolare;
  4. Stanzino barocco
  5. Rinascimentale
  6. Gotica-medievale
  7. Ercolana o pompeiana: tipici sono i decori che ricordano le ville romane;
  8. Rossini: è la stanza più grande, infatti riproduce la stessa planimetria della sala Rossa del piano terra. In questa stanza, dedicata a Rossini e Napoleone, possiamo osservare degli stucchi a tema musicale che ne rappresentano simbolicamente la destinazione d’uso.
  9. Moresca: molto piccola;
  10. Egizia: ai quattro angoli della stanza troviamo dei piedistalli che sorreggono una finta trabeazione, e diversi attributi che ci rimandano alla cultura egiziana.

La chiave di lettura di questo apparato decorativo può essere quella romantica di rivisitazione nostalgica degli stili del passato. Non è esclusa però una chiave esoterica o massonica (Jappelli era un affiliato all’associazione). I simboli egizi precedono la decifrazione della scrittura geroglifica da parte di Champollion e sono piuttosto un omaggio al grande esploratore padovano Giovanni Battista Belzoni, che aveva scoperto numerosi monumenti egizi e di cui Jappelli aveva conoscenza diretta.

P.s.Tra gli studenti padovani esiste una superstizione, dovuta probabilmente agli avvenimenti del 1848, secondo la quale non si deve entrare al Caffè Pedrocchi prima di essersi laureati, pena l’impossibilità di conseguire la laurea stessa.

Favola o Realtà?

Quante volte ci siamo chiesti, di fronte ad uno scenario della Disney, se quel luogo magico esiste veramente… Ecco 10 location fonte di ispirazione per i registi e produttori della Disney.

1.Il paese in cui abita Belle in “La bella e la bestia” si trova in Francia.

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2.Il regno di Corinna di “Rapunzel” si trova a Saint-Michel, in Francia

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3. Il palazzo del sultano che si vede in “Aladdin” , ha una struttura che rispecchia quella del Taj Mahal, in India.

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4. L’allegro villaggio di Pacha nel cartone “Le follie dell’imperatore” è ispirato al Machu Picchu, in Perù.

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5. Il fantastico mondo delle macchine  del cartone animato “Cars” è ispirato all’U-Drop Inn di Shamrock, Texas.

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6. La cattedrale di Notre Dame a Parigi è stata ridisegnata per il film d’animazione “Il Gobbo di Notre Dame“.

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7.  È la città Proibita di Pechino della Cina il palazzo che si vede in “Mulan“.

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8. La maestosa città di Atlantide riprodotta nel cartone “Atlantis – L’impero perduto” ha una location specifica di ispirazione: il tempio di Angkor Wat, in Cambogia.

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9. Il castello scozzese di Eilean Donan è simile a quello proposto nel cartone animato “Ribelle – The Brave”.

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10. Non trovate che il castello della “Sirenetta” assomigli a quello che si trova a Chateau de Chillon  in Svizzera?

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Fonte :CartoniAllaRomana

SpeakEasy Roma – The Jerry Thomas

Uno speakeasy, (letteralmente: “parlar piano, con tranquillità, senza tensione”) chiamato anche blind pig o blind tiger, è un esercizio commerciale che vende illegalmente bevande alcoliche. Tali esercizi furono in auge negli Stati Uniti durante il periodo conosciuto come proibizionismo (1920–1933, più a lungo in alcuni Stati). Durante questo periodo, la vendita, la produzione e il trasporto di bevande alcoliche erano illegali in tutti gli Stati Uniti d’America.

Il termine speakeasy sembra essersi originato in Pennsylvania nel 1888, quando la legge Brooks High sulle licenze commerciali aumentò la tassa statale per una licenza di saloon da 50 a 500 dollari. Il numero di bar legali crollò drasticamente, ma alcuni bar continuarono ad operare illegalmente. Kate Hester aveva in gestione un saloon a McKeesport, appena fuori Pittsburgh. Si rifiutò di pagare la nuova tassa e continuò la propria attività. Per evitare che il suo business illegale potesse attirare l’attenzione delle autorità, quando i suoi clienti erano troppo turbolenti, lei li avrebbe zittiti sussurrando “Speak easy, boys!” “Parlate piano, ragazzi!”. Questa espressione divenne comune a McKeesport e si diffuse poi a Pittsburgh.

Una teoria alternativa è che il termine sia semplicemente derivato da un modo di ordinare una bevanda alcolica senza sollevare sospetti — i baristi avrebbero detto ai clienti di stare tranquilli e di “parlare senza tensione”.

Gli speakeasy erano numerosi e popolari durante gli anni del proibizionismo. Alcuni di loro erano gestiti da membri della criminalità organizzata. Nonostante polizia e agenti del Bureau of Prohibition compissero frequenti irruzioni e arresti di proprietari e clienti, erano così redditizi che continuarono a prosperare.

Gli speakeasy contribuirono al cosiddetto Rinascimento di Harlem perché consentirono alla gente di colore di bere e divertirsi al riparo dalla discriminazione razziale.

L’era del proibizionismo ha visto la crescita della criminalità organizzata negli Stati Uniti.

Gangster come Dutch SchultzAl Capone e Lucky Luciano fecero fortuna fornendo illegalmente birra e liquori agli speakeasy di tutto il paese.

Alcuni speakeasy furono utilizzati come abitazioni e uffici dai gangster, che adottarono uno stravagante e facilmente identificabile stile di vita. I gangster di successo venivano identificati dai loro abiti di seta alla moda, dai gioielli costosi e dalle pistole.

A Roma ne troviamo molti (io ne ho provati solo due  ma a Londra).Nascosti in una paninoteca e mimetizzati tra i portoni o all’interno degli stessi bar, questi angoli appartati dove si inneggia al buon bere miscelano cocktail decisamente sopra le righe, previa parola d’ordine.

Il più famoso è senza dubbio il  Jerry Thomas.

Il Jerry Thomas, mecca dei cocktail, vanta il 19° posto nella lista dei 50 migliori bar al mondo. È il capostipite degli speakeasy con tanto di regole: pagamento cash, prenotazione e tesseramento obbligatori, password per accedere (che cambia frequentemente) e infine “il Bartender ha sempre ragione”. Questo locale riunisce quattro mixologist di grande esperienza, Roberto Artusio, Leonardo Leuci, Antonio Parlapiano e Alessandro Procoli, in un progetto che prende il nome dal bartender newyorkese Jerry “the Professor” Thomas. Il menu prevede cocktail sapientemente elaborati, a base di gin, rum, barbon, assenzio, cognac, maraschino, vermouth italiano, barolo chinato e bitter aromatizzati preparati in casa. Preparatevi bene all’esperienza del cocktail d’autore e non dimenticatevi la parola d’ordine per entrare (basta rispondere a una domanda, che trovate sul sito).

The Jerry Thomas, Vicolo Cellini 30, Roma. Sito. Tel. 06 9684 5937

Per vedere tutti gli speakeasy della capitale non dovete far altro che cliccare qui.

Enjoy!

Covent Garden – Londra – Heartbeat

Fino al 27 Settembre (rimangono pochi giorni!), se vi capita di passare per la city,a Covent Garden potrete ammirare la fantastica installazione dell’artista Francese Charles Pétillon (questa è la sua prima installazione pubblica e la sua prima installazione fuori dalla Francia!).Di cosa si tratta?100,000 palloncini bianchi all’interno del “Vecchio mercato del 19esimo secolo”che ci faranno tornare alla nostra infanzia,childhood a Londra ❤

Non perdetevi questa esperienza emozionante che tanto collima con il fascino di questa zona.

Charles Pétillon in Covent Garden

L’artista :

Weaving its way through the South Hall of the Grade II listed Market Building, Heartbeat stretches 54 metres in length and 12 metres in width, and incorporates gentle pulsating white light to symbolise the beating of a heart and reflect the history, energy and dynamism of the district.

Charles Pétillon said: “The balloon invasions I create are metaphors. Their goal is to change the way in which we see the things we live alongside each day without really noticing them. With Heartbeat I wanted to represent the Market Building as the beating heart of this area – connecting its past with the present day to allow visitors to re-examine its role at the heart of London’s life.

“Each balloon has its own dimensions and yet is part of a giant but fragile composition that creates a floating cloud above the energy of the market below. This fragility is represented by contrasting materials and also the whiteness of the balloons that move and pulse appearing as alive and vibrant as the area itself.”

A pop-up gallery on the Piazza at Unit 5, Royal Opera House Arcade, will showcase Charles’ series of Invasions photographs as well as some of his other work.

The complex yet fragile composition represents Charles’ largest and most ambitious project to date and will run from 27th August until 27th September. 

Charles is best known for Invasions, a series of arresting sculptures which challenge perceptions of everyday scenes by filling the likes of derelict houses, basketball courts and even cars with hundreds of white balloons. 

Bar Particolari a Roma

Ho trovato questo articolo su 2night.it ed ho deciso di ripostarlo.

Alcuni posti li ho visitati,altri non mi interessano mentre alcuni sono nella mia top list!

locali strani a romaSempre di più i “book bar” stanno prendendo piede nella Capitale: benissimo, dico io! Tra i locali dove sfogliare un buon libro, comprarlo, sorseggiare un caffè o far l’aperitivo, ecco il Biblì a Trastevere che nel fine settimana organizza anche il brunch: letterario!

Con l’angolo cinema

locali particolari a romaVoglia di un film in bianco e nero durante l’aperitivo e la cena? Qui a La Moderna di Testaccio allestito anche un piccolo “angolo cinema” con tanto di maxischermo e vecchie poltroncine in legno. In linea con l’atmosfera vintage del locale, i film scelti sono grandi classici in bianco e nero.

Servizio…glaciale!

iceclbrosNo, non sono i camerieri ad esser freddi e distaccati: qui siamo all’Ice Club in zona Monti, cocktail bar tutto fatto di ghiaccio. Temperatura stabile sotto zero e mantellina anticongelamento in dotazione. Dedicato alla vodka da bere in bicchieri ovviamenete ghiacciati.

Nel porto di Marsiglia

portofishLeggenda narra che durante un viaggio a Marsiglia, il gestore sia rimasto talmente colpito dalle suggestive osterie del porto marsigliese da volerle portare a Roma: et voilà, nel cuore di Prati ecco il Porto Fish and Chips un il portone di conteniner navale, le finestre ad oblò, giornali appesi al muro, disegni alla pareti e tavolacci di legno. Suggestivo locale dalla particolare proposta gastronomica: street food marinaresco e cucina romana.

Un intero borgo a disposizione

tragliataTra le colline tra Roma e Fiumicino, il Borgo di Tragliata è “borgo” nel vero senso della parola: albergo distribuito in tre strutture; ristorante; fattoria e orto; piscina, campo da calcio, giostre e percorsi naturalistici; spazio per meeting e grandi ricevimenti; infine, location per matrimoni che si possono celebrare anche nella piccola cappella del borgo. Praticamente tutto come in un piccolo villaggio di un tempo.

Pronti per il decollo

aereoA due passi dall’Aereoporto di Fiumino, il Ristoaereo è un singolare locale dove è possibile cena anche all’interno della fusoliera del vecchio aereo presidenziale italiano del 1957. Con tanto di scalette per salire a bordo e personale vestito da hostess e stewart: consigliato per le cene a due romantiche.

Prossima corsa?

tramSe ti vedi passare davanti un tram con dentro gente che mangia, balla e suona jazz, tranquillo: è tutto normale. Eccoci a bordo di un RistoTram tra le vie del centro storico per una cena romantica – info: 3491216921 – o per un concerto jazz con TramJazz – info: 3396334700 – 3381147876.

Parola d’ordine?

jerrytomasSi, per entrare serve saperla! Anche a Roma la strana moda dei locali speak-easy, revival localistico che rieccheggia i fasti degli anni del Proibizionismo americano. Il più famoso a Roma è di sicuro il Jerry Thomas dietro piazza Navona dove, appunto, per entrare devi sapere la parola d’ordine che cambia spesso!


pignetoDoppia vita per questo localino nato da una costola del Bar Necci: di giorno la Premiata Panineria al Pigneto è panineria gourmet, hamburger e patatine fritte; la sera, è Spirito, il locale speakeasy da cui si accede da una piccola porticina seminascosta. Altra regola fondamentale, una volta ammessi, si parla sotto voce!

Caffè artistico

colonnaEsula un po’ dagli “insoliti”, ma l’Open Colonna è sicuramente tra i locali più belli ed affascinanti di tutta Roma. Maestosa la serra tra accaio, pietra e vetro per il ristorante del Palazzo delle Esposizioni: una stella michelin e due forchette Gambero Rosso sotto la guida dello chef Antonello Colonna. Una pazzia nella vita si può fare: almeno un caffè, dai, nell’altrettanto affiscinate bookstore e caffetteria della galleria di via Nazionale.

Con l’orto sul tetto

lanifitcioArcheologia industriale restituita alla collettiva: questo il progetto dei 3500 mq del Lanificio di via Pietralata, ormai uno dei centri creativi più vivaci in città. Oltre allo spazio per laboratori creativi, l’anima dancing con il Lanificio 159, spazio espositivo aperto ai giovani artisti, palco per danza e teatro, caffetteria e ristorantino, al Lanificio c’è anche l’orto…sul tetto! Tra i primi esempi in città di agricoltura sociale urbana.

Caffè dopo lo yoga nel parco

vivibistrotDopo una lezione di yoga o una corsetta tra il verde, cosa c’è di meglio di un buon caffè e di un dolcetto? Vivi Bistrot è un accogliente bistrot dallo stile provenzale immerso nel parco di Villa Doria Pamphili, cuore verde di Roma. A richiesta il locale prepara anche i gestini per pic nic come si deve nel parco. I due ampi giardini ospitano oltre un centinaio di persone.

Mostre, tea e sushi

doozoIl Doozo è uno di quei posti che non ti aspetti dove il Giappone è presentato sotto tutte le sue forme. Cinque anime in un solo locale dall’originale desing nipponico: galleria d’arte con temporanee di pittura e fotografia; ristorante di sushi; sala da te nel pomeriggio; libreria d’arte durante il giorno; secondo calendario, anche spazio per corsi dedicati alle fini arti decorative giapponesi, danza e anche cucina.

Qui il tempo ha un prezzo

anticafPer finire la carrellata dei locali tra i più insoliti di Roma eccomi in zona San Giovanni all’Anticafè: qui a costare è solo il tempo, tutto il resto è a disposizione. Un’ora, la prima, costa 4 euro, mentro l’intera giornata 14 € e caffè, stuzzichini, succhi e frutta di stagione, non si pagano: nel locale anche wifi gratuita, stampante e scanner per studiare e lavorare in tranquillità – e ti puoi portare da casa anche cibo e beveraggio. Più che un locale, un nuovo modo di concepire gli spazi pubblici all’insegna della condivisione.

Berlino….again

Tornata da poco dall’ennesima “escursione” Berlinese….che volete farci..è una malattia 😀

Già in precedenza ho pubblicato resoconti e guide in merito a questa splendida città (una delle mie preferite),dove la storia incontra il moderno,con tocchi di alto disagio (vedi sporcizia,droga e post caduta del muro)che però io amo perchè mi fa sentire un po’ a casa 🙂

Qui di seguito una guida un po’ più smart e veloce da consultare :

Ecco secondo me le cose da fare assolutamente a Berlino:

-Alexanderplatz e la torre della tv (molto carini anche i dintorni dove troverete la chiesa di S.Nicola con il suo graziosissimo quartiere,il municipio rosso (RATHAUS)…).Se volete salire sulla torre  conviene stare la per le 9.30 e prendere subito il biglietto.Dopo le 10 si scatena l’inferno di fila!!!

-Unter den Linden fino alla Porta di Branderburgo (lungo la via fantastici palazzi barocchi e neoclassici) passando per il Berliner Dom!Imponente.

Sul lato sinistro (opposto al berliner dom) troverete Bebelplatz (la piazza dove i Nazisti hanno dato fuoco ai libri,vedrete per terra anche un “monumento sotterraneo” per ricordare).Spingetevi oltre le chiese che vi troverete davanti..arriverete ad una delle piazze più belle al mondo (di sera è spettacolare), Gendarmenmarkt .

-Un capitolo a parte andrebbe aperto solo per gli splendidi musei…a destra del berliner dom c’è l’isola dei musei (imperdibile il pergamon museum)ma ne troverete un altro fantastico nei pressi della Philarmonie!

-Visita al reichstag (parlamento) con la sua bellissima cupola da visitare gratuitamente (prenotate la visita online!).Da sopra bella vista della città.Visitate anche i dintorni..ci sono bei parchi e la sede del primo ministro tedesco! Metro Bundestag

-Checkpoint charlie…il vecchio confine russo/americano. Metro Kochstraße.

– La stranissima chiesa intorno all’europa center (zona dello zoo) Metro Berlin Zoologischer Garten

-Giretto sul 100 o sul 200 (sono due bus pubblici che passano per Alexanderplatz e vi faranno vedere i posti più “famosi” della città…dal piano di sopra!Eh si,anche qui come a Londra ci sono i doubledecker 🙂

-East side gallery…. il pezzo di muro più lungo rimasto…ed il più colorato! Metro  Warschauer Str.

-Potsdamer platz!La mia piazza preferita!Ricostruita totalmente dopo la fine della guerra fredda…un esplosione di modernità grazie ad alcuni dei più famosi architetti al mondo (renzo piano ed il suo Sony center in primis)

In via In den Ministergärten, 10117 Berlin  (600 mt da Potdamer Platz) troverete il bunker di Hitler.In realtà c’è solo un cartello sopra a quello che era il bunker (ora un parcheggio)con foto e spiegazioni.

Vi consiglio di prenotare un giro in battello…è molto carino.Ne trovate uno davanti al rispostante di cui vi parlo sotto (Berliner Republik).

Riguardo il cibo….

Vi consiglio di provare assolutamente 3 cose :

  • A Berlino il Kebab è favoloso,dovete andare assolutamente da Mustafà,il più famoso della città (lo vedrete dalla fila).

Lo trovate all’uscita della fermata metro  metro Mehringdamm

  • Berliner Republik: Schiffbauerdamm 8, 10117 Berlin – Metro Friedrichstr. Bhf

Questo locale è il mio preferito.Avete presente la borsa della finanza?Ecco li funziona cosi ma con le birre.Ci sono degli schermi all’interno del locale dove vedrete le quotazioni della birra a seconda di quella più acquistata il prezzo sale e scende,super cool!Il cibo è tipico berlinese,buonissimo e non costoso.

  • Un po’ ovunque troverete CURRY 36, una catena di curry wurst,il wurstel con paprika tipico di Berlino.Assaggiatelo è buonissimo!

Per il biglietto del bus conviene il settimanale :

Ticket 29,50 € weekly – 6,90 € daily

Per qualsiasi domanda non esitate a chiedere,è sempre un piacere per me 🙂

L’albero della vita – Bahrain

Tanto per rimanere in tema Expò (ah proposito…ci siete stati?Io si e spero di riuscire a pubblicare le mie impressioni entro la settimana),sapete dove si trova il vero albero della vita? (da non confodersi con quello di Piazza Italia appunto)?!?

In Bahrain.

Si trova nel deserto del Bahrein un’acacia di ben 400 anni, maestosa ed unica per splendore e rigoglio. Un esemplare che non ha eguali in tutta la zona ritenuta, secondo le leggende, il luogo dove un tempo sorgeva il mitico giardino dell’Eden.

È conosciuto con il nome di Shajarat-al-Hayat, l’albero della vita e si trova a sud – est del deserto del Bahrein, ad una distanza di circa 2 km dal Djebel Dukhan (la Montagna del Fumo) e a 40 km da Manama.

Appartenente alla specie “Prosopis cineraria“, questa maestosa acacia ha una storia leggendaria e mistica le cui radici affondano nella tradizione cattolica ed ebraica. Nella Bibbia, infatti, si racconta di un albero della vita collocato da Dio nell’Eden, insieme a quello della conoscenza del Bene e del Male.  Nell’esegesi ebraica viene detto che questi due esemplari, uniti all’inizio, furono in seguito separati da Adamo.
Se si pensa che l’intera zona del Bahrein è ritenuta la sede del mitico giardino si comprende a pieno la ragione per la quale l’albero è immerso in un alone di mistero e stimoli, di conseguenza, le fantasie degli abitanti del posto.

L’acacia sembra sia stata piantata nel lontano 1583 e da quel giorno non ha mai smesso di essere rigogliosa. Le sue foglie hanno splendidi colori, sfumature dal verde al marrone, e il tronco maestoso presenta un groviglio di rami così fitto e, per certi versi, talmente caotico da sembrare irreale. Una pianta creata dalla fantasia di qualche scrittore o dalle mani di un dio.

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Nel momento in cui si approda nel deserto, a poca distanza dall’esemplare, si viene accolti da un curioso cartello nel quale è spiegato come raggiungerlo. Shajarat-al-Hayat è, nella fattispecie, una vera e propria attrazione turistica.
Sono, ogni anno, moltissimi i visitatori del sito (se ne contano intorno ai 50.000) attirati dalle credenze popolari nate intorno ad esso. Ad alimentarle, oltre alla convinzione che nel Bahrein sorgesse l’Eden, di cui l’acacia sarebbe l’ultima testimonianza, intervengono anche le difficili e, se vogliamo, impossibili condizioni climatiche e territoriali dove è cresciuta.

Il deserto del Bahrein è una distesa di dune e sabbia, privo di dirette fonti d’acqua.
L’albero della vita emerge solo nella zona e sebbene appartenga ad una tipologia di pianta in grado di sopravvivere in ambienti aridi e con pochissime precipitazioni annuali (appena 150 millimetri all’anno), stupisce per la sua incredibile longevità.

La gente del luogo non riesce a spiegarsi come un simile esemplare riesca a sopravvivere, mantenendo intatta la sua robustezza. In realtà, però, se si decide di dare spazio alla scienza, un motivo si riesce a trovarlo ed è legato sempre alla specie a cui appartiene.
La Prosopis cineraria, infatti, ha radici molto profonde in grado di raggiungere fonti d’acqua sotterranee, site anche a 50 metri nel sottosuolo. Inoltre, sono collocate al di sopra del livello del mare, come lo stesso terreno. Ciò favorisce l’approvvigionamento idrico dell’albero.
A questo si deve aggiungere la predisposizione dell’acacia ad assorbire l’acqua che gli occorre direttamente dall’aria grazie ad un ambiente umido, nonostante gli scarsi fenomeni piovosi.
Infine, ad un’analisi più attenta dell’intera zona si possono notare, a qualche chilometro di distanza, dei laghetti e degli alberi di più modeste dimensioni.

Di sicuro, quindi, non sarà il clima a decretare l’eventuale morte di questa splendida Prosopis cineraria. La sua esistenza, piuttosto, è messa a rischio dai turisti e dal loro comportamento irrispettoso.
Nel corso degli anni si sono contate decine di episodi vandalici. Alcune persone hanno strappato foglie e rametti per portarseli via, come se fossero una sorta di portafortuna o di souvenir “dell’albero leggendario”. Altri hanno addirittura scritto sul tronco, deturpandolo impunemente.

Per questa ragione le autorità locali si sono mosse allo scopo di proteggere Shajarat-al-Hayat. Ed oggi un recinto in ferro ne circonda la base, impedendo così ai visitatori di avvicinarsi troppo. Tuttavia, è ancora possibile sedersi sotto la sua ombra (data la notevole estensione dei rami) e godere della sua frescura, magari organizzando un picnic per trascorrere qualche ora in compagnia, lontani dalla città.

L’aria che si respira intorno a quest’acacia, al di là di ogni spiegazione, continua ad avere in sé la magia delle storie immortali.

Fonte : http://www.fotovoltaicosulweb.it/