Roseto comunale di Roma – Apertura Oggi!

Ciao a tutti,da oggi è aperto il Roseto comunale di Roma!

Il roseto di trova in Via di Valle Murcia, 6 ovvero al Circo Massimo

Il Roseto ospita circa 1.100 varietà di rose botaniche, antiche e moderne provenienti da tutto il mondo. Gli esemplari coltivati provengono un po’ da tutto il mondo: dall’Estremo Oriente sino al Sud Africa, dalla Vecchia Europa sino alla Nuova Zelanda, passando per le Americhe. Sono presenti specie primordiali, o “rose botaniche”, che risalgono a 40 milioni di anni fa, molto pregiate e poco conosciute, dimorate insieme alle “rose antiche”, tutte di grande originalità e bellezza.

Il Roseto ospita il Concorso Internazionale Premio Roma, riservato alle più belle nuove varietà di rose e si svolge ogni anno nel mese di maggio. L’evento apre la stagione internazionale delle manifestazioni dedicate alla coltivazione di questo fiore ed è un avvenimento di grandissima importanza nel campo botanico.

.Apertura 2016: dal 21 aprile (Natale di Roma) fino al 19 giugno 2016 tutti i giorni, comprese le domeniche ed i giorni festivi, dalle ore 8.30 alle ore 19.30.

Fino al 20 maggio sarà possibile visitare solo l’area collezioni nel consueto orario.

Sabato 21 maggio 2016 il Roseto rimarrà chiuso, per lo svolgimento del Premio Rose.

Dal 22 maggio al 19 giugno 2016 sarà possibile visitare sia l’area concorso che l’area collezioni nel consueto orario.

(Io andrò dal 22 maggio in poi per vedere anche le specie in concorso!)

 

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MMDCCLXIX Dies Natalis – 2769° Natale

MMDCCLXIX Dies Natalis – 2769° Natale di Roma21 – 24 aprile 2016Programma manifestazione a cura del Gruppo Storico Romano(tutti gli eventi sono ad ingresso gratuito) Giovedì 21 Aprile 

NASCE ROMA
h. 9-16 Circo Massimo: Inaugurazione del Castrum e apertura dei banchi didattici – incontri con le scuole di Roma;

11-14 Campidoglio: convegno culturale presso la sala del Carroccio: 

“Roma oltre l’Oceano: Claudio, la conquista della Britannia e la Fondazione di Londra.”

14 -15 Circo Massimo: history talkpresso lo spazio-cultura

INCONTRO CON EMMA POMILIO, scrittrice (Il Ribelle, la Notte di Roma, Dominus, Il Sangue dei Fratelli, la Vespa nell’Ambra)

                        Introduce Dr. Michele Forgione (Gazebi Convegni);h.15 Circo Massimo: rappresentazione spettacolare del Tracciato del solco, ricostruzione storica della fondazione della città di Roma  2769 anni or sono;

h.16 Circo Massimo: rappresentazione spettacolare della Festa della Palilia, ricostruzione storica della cerimonia religiosa atta a purificare le greggi e i pastori che si teneva nelle ricorrenze del natale di Roma;

17 Circo Massimo: evento equestre I cavalli e Roma, racconto con cavalli che mette in luce il significativo rapporto tra la città e i cavalli sin dalla Roma antica attraverso la rappresentazione spettacolare di alcune tappe significative (a cura dell’Associazione culturale Carnevale Romano – Accademia del Teatro equestre  con il contributo del “Museo delle carrozze d’epoca”);


per tutta la giornata sarà realizzata presso il punto cultura del Circo Massimo una mostra fotografica di tutte le edizioni del Natale di Roma a cura dell’associazione “Fotografiamo”

 

Venerdi 22 aprile

9-16 Circo Massimo: banchi didattici e incontri con le scuole di Roma presso il Castrum;

12 -14 Circo Massimo: history talkpresso lo spazio-cultura;

INCONTRO CON ANDREA MONTESANTI E CLAUDIO VALENTE autori    del romanzo “Quelle Capanne Chiamate RomaINTERVISTA DI MARIANO MALAVOLTA Introduce Andrea Buccolini (Gazebi Convegni)

h.14-16 Circo Massimo: Ludi gladiatori con i bambini di Roma, presso il castrum;

 

per tutta la giornata sarà realizzata presso il punto cultura del Circo Massimo una mostra fotografica di tutte le edizioni del Natale di Roma a cura dell’associazione “Fotografiamo”

 


Sabato 23 aprile

9-16 Circo Massimo: banchi didattici e incontri con le scuole di Roma presso il Castrum;

12 -14 Circo Massimo: history talkpresso lo spazio-cultura;

h.14-16 Circo Massimo: Ludi gladiatori con i bambini di Roma, presso il castrum;

 

per tutta la giornata sarà realizzata presso il punto cultura del Circo Massimo una mostra fotografica di tutte le edizioni del Natale di Roma a cura dell’associazione “Fotografiamo”

 


Domenica 24 aprile

10-11 Circo Massimo: rappresentazione spettacolare del Commissio feriarum, suggestiva ricostruzione storica della cerimonia rituale di accensione del fuoco;

11-13 Circo Massimo-Via dei Cerchi-Via Luigi Petroselli-Via del Teatro di Marcello-Piazza Venezia-Via dei Fori Imperiali- Piazza del Colosseo-Via San Gregorio: il più imponente Corteo storicodella romanità, 2000 rievocatoti giunti a Roma da ogni parte d’Italia e d’Europa per celebrare il 2769° Natale di Roma che prenderà via dal Circo Massimo per sfilare davanti al Teatro di Marcello, il Campidoglio, Piazza Venezia e Via dei Fori Imperiale e giungere quindi al Colosseo prima di far ritorno al Circo Massimo

h.14-17 Circo Massimo: rappresentazioni spettacolari e  ricostruzioni storichead opera dei gruppi di rievocatori intervenuti alla sfilata;

h.17 Circo Massimo: Gran finale, la ricostruzione della battaglia per la conquista della Britannia con oltre 300 rievocatori che si affronteranno in una battaglia simulata nella rievocazione della storica impresa condotta dall’Imperatore Claudio che portò alla conquista della Britannia nel 43/44 d.C.


per tutta la giornata sarà realizzata presso il punto cultura del Circo Massimo una mostra fotografica di tutte le edizioni del Natale di Roma a cura dell’associazione “Fotografiamo”

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Venezia la Bella…Padova sua sorella!

Un mese fa circa sono stata a Padova.

Non era la prima volta ma quando andai fu solo per visita la Bellissima Cappella dei Scrovegni (In realtà, quella “semplice costruzione” come la definì lo stesso Giotto, ospita il più importante ciclo di affreschi del mondo).

Se passate per Padova stupitevi ammirando il cielo stellato sotto il quale si svolgono gli episodi della vita di Gioacchino e Anna (riquadri 1-6), quelli della vita di Maria (riquadri 7-13) e gli episodi della vita e morte di Cristo. Stupitevi un pochino di più pensando che Giotto ci mise solo due anni a completare il tutto. Nel 1303 riceve l’incarico da Enrico Scrovegni e nel 1305 ha già terminato. Enrico volle costruire la Cappella in suffragio dell’anima del padre, Reginaldo Scrovegni, che di cose da farsi perdonare ne aveva molte. Banchiere e usuraio, talmente famoso e temuto, da essere collocato da Dante nell’inferno della Divina Commedia. Con la Cappella degli Scrovegni, Giotto cominciò la rivoluzione della pittura moderna.

Sono tornata poichè il nonno del mio ragazzo è originario di un paesino a pochi Km di distanza,Arquà Petrarca,ragion per cui abbiamo deciso di passare un week end tutti insieme nella sua casa!

Il venerdì di quel week end lo abbiamo passato per metà giornata a Padova,riuscendo a vedere parecchie cose :

Basilica di Sant’Antonio a Padova

I padovani chiamano Sant’Antonio “Il Santo“, senza aggiungere il nome. Questo fa comprendere non solo l’affetto ma anche l’importanza per Padova della Basilica che ospita le reliquie di Sant’Antonio.

Meta di un pellegrinaggio senza sosta che raggiunge il culmine con la processione del 13 giugno, la Basilica di Sant’Antonio merita una visita anche per la presenza di molti capolavori dell’arte italiana. La prima cosa che si nota è la compresenza di stili diversi dovuti agli interventi che si sono susseguiti: la facciata romanica, il deambulatorio gotico con le sette cappelle, le cupole bizantine i campanili moreschi. All’interno, partendo da destra, si susseguono la Cappella del Gattamelata e quella di San Giacomo affrescata nel 1300 da Andriolo de Santi, uno dei maggiori architetti e scultori veneziani d’allora. Subito dopo c’è la Cappella della Crocifissione e poi la Sala del Capitolo, con un frammento di Crocifissione attribuito a Giotto. Il “Tesoro della Basilica” con le reliquie del Santo si trova al centro del Deambulatorio. In diverse teche sono visibili la lingua e il mento intatti di Sant’Antonio, segno, secondo la Chiesa, del riconoscimento che Dio ha voluto dare all’instancabile opera di evangelizzazione del Santo. Nella Piazza antistante la basilica da non perdere Il monumento equestre al Gattamelata, statua in bronzo di Donatello, autentica rivoluzione nella storia dell’arte: è stata la prima statua equestre di grandi dimensioni svincolata da altri elementi architettonici.

Piazza delle Erbe e della Frutta a Padova

Da secoli, Piazza delle Erbe, è il luogo di Padova deputato al mercato. I nomi che si sono susseguiti per definire questo ampio spazio ne hanno sempre indicato l’origine e la funzione commerciale: “Piazza della Biada“, “Piazza Del Vino“, così come le scale dell’imponente Palazzo Ragione venivano chiamate “Scala delle Erbe” perché ci si mettevano i venditori di lattughe, cipolle, porri, verze o “Scala del vino” o la “Scala dei ferri lavorati“.

In realtà anche i nomi delle vie circostanti la piazza tradiscono la loro funzione commerciale: osti, macellai, fruttivendoli, ogni angolo aveva una specializzazione. Alle spalle di Piazza delle Erbe, divisa dal Palazzo della Ragione, c’è l’altra piazza commerciale di Padova: è Piazza della Frutta. Anche in questo caso il nome tradisce origine e funzione originaria, anche se adesso ospita un mercato in cui si vendono quasi esclusivamente abiti. Da notare il Peronio, una colonna medievale il cui nome deriva dal latino perones, le calzature in cuoio che qui venivano vendute.

Le due piazze sono unite dal “Volto della Corda” o “Canton delle busie“, passaggio coperto chiamato così perché qui i bugiardi, i falliti, gli imbroglioni e i debitori venivano colpiti sulla schiena con una corda. Le corde rimanevano sempre appese a cinque anelli di pietra infissi nel muro come monito. L’angolo sotto al “Volto della Corda” prende il nome di “Canton delle busie” (angolo delle bugie) perché qui i commercianti tenevano le loro trattative. Sono ancora oggi visibili le pietre bianche con le antiche misure padovane, riferimento per impedire che i venditori imbrogliassero i clienti.

Palazzo della Ragione a Padova

Su Piazza delle Erbe affaccia il più imponente palazzo nonché simbolo di Padova: è Palazzo della Ragione (1208 circa) nei secoli sede del Tribunale, da cui prende il nome. I padovani lo chiamano anche “Il salone” perché il primo piano è in realtà un unico ambiente a forma di salone, per molti secoli il più grande del mondo, a cui si accede dalla “Scala delle Erbe” in Piazza delle Erbe.

L’interno del palazzo è stupefacente: un unico ambiente lungo 80 metri e largo 27, completamente affrescato. Doveva essere ancora più bello quando c’erano gli affreschi di Giotto, distrutti durante l’incendio del 1420. Il ciclo pittorico all’interno del palazzo è uno dei più grandi al mondo: si susseguono motivi zodiacali, astrologici, religiosi, animali, che simboleggiano le attività della città, nei diversi periodi dell’anno e l’intervento dei giudici del palazzo per derimere le questioni. Nel Salone è conservata laPietra del Vituperio“, un blocco di porfido nero di su cui i debitori insolventi erano obbligati a spogliarsi e battere per tre volte le natiche prima di essere costretti a lasciare la città. Questa pratica ha dato origine all’espressione restar in braghe de tea. Davanti al Salone (accanto al Palazzo Comunale) c’è il “Palazzo delle Debite“, adibito a prigione a cui si accedeva direttamente dal Palazzo della Ragione con un passaggio ormai distrutto.

Prato della Valle a Padova

I padovani sono fieri della grandezza di Prato della Valle (88620 mq), una piazza che per estensione totale è seconda solo alla Piazza Rossa di Mosca. Per comprendere quanto effettivamente sia grande, basta pensare che è formata da un’isola centrale, completamente verde, chiamata Isola Memmia in onore del podestà che commissionò i lavori.

Intorno all’isola c’è una canale di circa 1,5 km di circonferenza, circondato da una doppia fila di statue numerate (78) di personaggi famosi del passato. Per raggiungere l’isola centrale ci sono 4 viali incrociati con relativi ponti sul canale. Prato della Valle sorge in un luogo da sempre fulcro della vita di Padova: qui c’era un grande teatro romano e un circo per le corse dei cavalli. Qui furono martirizzati due dei quattro patroni della città, Santa Giustina e San Daniele. Nel Medioevo si svolgevano fiere, giostre e feste pubbliche. Oggi in Prato della Valle turisti e padovani passeggiano, vanno in bici, prendono il sole d’estate o fanno tardi la sera. Dopo anni di abbandono, la Piazza ha finalmente ripreso la sua centralità nella vita di Padova.

Duomo e Battistero di Padova

La Basilica di Sant’Antonio prende gran parte dell’attenzione dei turisti che si recano a Padova, mettendo in secondo piano il Duomo e il Battistero. Il Duomo, dedicato a Santa Maria Assunta, fu costruito a partire dal 1522 su progetto di Michelangelo Buonarroti.

La facciata su cui si aprono i tre portali è incompleta mentre l’interno è ampio e armonioso anche se di non particolare originalità. Molto più bello è il Battistero adiacente al Duomo con un ciclo di affreschi considerato il capolavoro di Giusto de’ Menabuoi. Appena si alza lo sguardo verso la cupola ci si sente osservati da centinaia di occhi di angeli e santi e lo sguardo severo del Cristo Pantocratore al centro della scena. Sulle altre pareti e sui pennacchi sono rappresentate “Storie della Genesi“, “Profeti ed evangelisti” e le “Storie di Cristo e del Battista“.

Santa Giustina

Il grandioso e celebre tempio di Santa Giustina, che secondo alcuni studiosi sorgerebbe sulle rovine di un tempio pagano, è la più importante opera architettonica di Padova e il più antico luogo di culto della città.
La chiesa, straordinariamente affascinante per la sua posizione laterale ed asimmetrica rispetto a Prato della Valle, venne fondata intorno al V secolo su un luogo cimiteriale in memoria della martire Giustina: una giovane patrizia cittadina che fu martirizzata nel 304 nella feroce persecuzione di Massimiliano. Secondo la tradizione il padre della martire, Vitaliano, alto funzionario imperiale che pare fosse stato convertito al cristianesimo da San Prosdocimo, fece costruire il primo nucleo della chiesa che sarebbe diventata la sede della prima cattedrale della città cristiana.
Alla Chiesa fu annesso successivamente un monastero benedettino e il complesso si arricchì progressivamente di beni e reliquie. Dopo la ricostruzione, a seguito del terremoto del 1117, la chiesa fu demolita nel 1502 per dar posto all’attuale colosso, realizzato tra il 1532 e il 1579 da diversi architetti, e in particolare da Andrea Moroni e Andrea da Valle.

La facciata, che sarebbe dovuta essere ricoperta di marmo, probabilmente bianco, non fu mai portata a termine.
Sulla gradinata si possono ammirare due grifi in marmo rosso di Verona appartenenti al portale duecentesco.
Furono inoltre necessari 85 anni per arrivare alla copertura del tetto che richiese enormi quantità di denaro e di materiali. Ed è per queste ragioni che quando si pensa ad un lavoro interminabile, si dice: “…longo come a fabrica de Santa Giustina”.
La facciata in ruvida pietra è d’altra parte entrata a pieno titolo nell’immagine acquisita, in tutto ciò aiutata dall’orizzonte delle otto cupole, che le danno un aspetto rotondeggiante, e dal campanile poggiante sul predecessore medievale, che nasconde interessanti elementi delle fabbriche anteriori e che domina la vastissima mole della Basilica.

L’interno, vasto e luminoso, uno dei massimi capolavori dell’architettura rinascimentale, è a croce latina e si presenta diviso da grandi pilastri in tre navate. La luce entra attraverso le cupole finestrate. Per dimensioni (122 metri di lunghezza) Santa Giustina è la nona tra le chiese del mondo, segnata anche nel pavimento della Basilica di S. Pietro a Roma.
Partendo dalla navata di destra, dietro l’Arca di San Mattia si apre un suggestivo passaggio per il Pozzo dei Martiri (1566) dove sono raccolte tutte le reliquie dei martiri padovani, ornato da quattro statue in terracotta; sulla destra una gabbia in ferro che conteneva le reliquie di San Luca. Di qui giungiamo al Sacello di S. Prosdocimo (il sacello è una piccola cappella votiva) con ricche decorazioni marmoree e musive (di mosaico), fatto costruire alla fine del VI secolo.
Tornati in chiesa attraverso il transetto e la cappella dedicata a San Massimo, nota per il movimentato gruppo marmoreo di Filippo Parodi raffigurante la Pietà, si accede alla trecentesca Cappella di S. Luca.
L’ancona (tavola dipinta) di Andrea Mantegna che era posta sopra l’Arca di San Luca, opera pisana del 1316 con bellissimi rilievi in alabastro, fu asportata da Napoleone e oggi si trova alla Pinacoteca Brera di Milano.
Una lapide in marmo nero ricorda la sepoltura della veneziana Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, morta nel 1684 a soli 38 anni, la prima donna laureata nel mondo (1678).
Attraverso il Coro vecchio, che era l’abside della chiesa precedente (1462), con 50 stalli e sedili in noce, si accede all’antisagrestia, dove è custodito l’architrave del portale romanico della basilica vecchia (1080 circa).
La sagrestia (1462) racchiude arredi lignei seicenteschi.
Notevolissimi gli intagli e i decori del cinquecentesco coro, dove la pala (Martirio di S. Giustina, 1575 circa) all’altare di fondo è di Paolo Veronese.
La cappella a sinistra del presbiterio reca nella volta e nel catino affreschi di Sebastiano Ricci.

Il ricco monastero, che in passato accolse personaggi illustri e papi, fu soppresso da Napoleone Bonaparte nel 1810 e trasformato in caserma e ospedale militare. Ritornò ai monaci nel 1919 e fu eretto nuovamente in Abbazia nel 1943.
E’ possibile visitarne il Chiostro del Capitolo, costruito nel XII secolo in stile romanico e il Chiostro Maggiore, chiamato anche Chiostro Dipinto per i molti affreschi che lo decoravano.
La biblioteca monastica medioevale, con i suoi arredi, i suoi scaffali scolpiti in legno pregiato, le ricche tappezzerie, le raccolte d’arte, incrementate da lasciti e donazioni, e i suoi 80.000 volumi, aveva raggiunto l’apice nel XVIII secolo, ma a seguito di un decreto di Napoleone fu soppressa. Gli scaffali furono portati nella Sala dei Giganti della Reggia Carrarese, ora Liviano, ma purtroppo furono tanti i libri e i capolavori d’arte dispersi.

Caffè Pedrocchi (Assaggiate il Pedrocchino,caffè buonissimo!!!)

Il Caffè Pedrocchi è un caffè storico di fama internazionale, situato nel pieno centro di Padova, in via VIII febbraio nº 15.

Aperto giorno e notte fino al 1916 e perciò noto anche come il “Caffè senza porte“, per oltre un secolo è stato un prestigioso punto d’incontro frequentato da intellettuali, studenti, accademici e uomini politici.

L’8 febbraio 1848, il ferimento al suo interno di uno studente universitario diede il via ad alcuni dei moti caratterizzanti il Risorgimento italiano e che sono ancora oggi ricordati nell’inno ufficiale universitario, Di canti di gioia.

Tra Settecento e Ottocento il consumo del caffè si è diffuso anche in Italia e si è andata così affermando la tradizione del caffè come circolo borghese e come punto d’incontro aperto, in contrapposizione alla dimensione privata dei salotti nobili. A Padova la presenza aggiuntiva di oltre tremila persone tra studenti, commercianti e militari fece sì che, più che in altri centri cittadini, si sviluppasse questo tipo di attività.

In questo contesto, nel 1772 il bergamasco Francesco Pedrocchi apre una fortunata “bottega del caffè” in un punto strategico di Padova, a poca distanza dall’Università, dal Municipio, dai mercati, dal teatro e dalla piazza dei Noli (oggi Piazza Garibaldi), da cui partivano diligenze per le città vicine, e dall’Ufficio delle Poste (oggi sede di una banca).

Il figlio Antonio, ereditata la fiorente attività paterna nel 1800, dimostra subito capacità imprenditoriali decidendo di investire i guadagni nell’acquisto dei locali contigui al suo e, nel giro di circa 20 anni, si ritrova proprietario dell’intero isolato, un’area pressappoco triangolare delimitata a est dalla via della Garzeria (oggi via VIII febbraio), a ovest da via della Pescheria Vecchia (oggi vicolo Pedrocchi) e a nord dall’Oratorio di San Giobbe (oggi piazzetta Pedrocchi).

Il 16 agosto 1826 Antonio Pedrocchi presenta alle autorità comunali il progetto per la costruzione di uno stabilimento, comprendente locali destinati alla torrefazione, alla preparazione del caffè, alla “conserva del ghiaccio” e alla mescita delle bevande. Prima di questo cantiere, Pedrocchi aveva incaricato un altro tecnico, Giuseppe Bisacco, di eseguire i lavori di demolizione dell’intero isolato e di costruire un edificio ma, insoddisfatto del risultato, aveva richiesto a Giuseppe Jappelli, ingegnere e architetto già di fama europea e esponente di spicco della borghesia cittadina che frequentava il caffè, di riprogettare il complesso dandogli un’impronta elegante e unica.

Nonostante le difficoltà determinate dal dover disegnare su una pianta irregolare e dal dover coordinare facciate spazialmente diverse, Jappelli fu in grado di progettare un edificio eclettico che trova la sua unità nell’impianto di stile neoclassico. L’illustre veneziano volle trasferire in architettura la sua visione laica e illuminista della società, creando quello che poi diverrà uno degli edifici-simbolo della città di Padova.

Il piano terreno fu ultimato nel 1831, mentre nel 1839 venne realizzato il corpo aggiunto in stile neogotico denominato “Pedrocchino”, destinato ad accogliere l’offelleria (pasticceria). In occasione del “IV Congresso degli scienziati italiani” (evento dal titolo significativo, visto che Padova si trovava ancora sotto la dominazione asburgica), nel 1842 si inaugurarono le sale del piano superiore che, secondo il gusto storicizzante dell’epoca, erano state decorate in stili diversi, creando un singolare percorso attraverso le civiltà dell’uomo.

Per la loro realizzazione Jappelli si avvalse della collaborazione dell’ingegnere veronese Bartolomeo Franceschini e di numerosi decoratori, tra cui il romano Giuseppe Petrelli, al quale si deve la fusione delle balaustre delle terrazze con i grifi, i bellunesi Giovanni De Min, ideatore della sala greca, Ippolito Caffi della sala romana e Pietro Paoletti della sala pompeiana (o “ercolana”), il padovano Vincenzo Gazzotto, pittore del dipinto sul soffitto della sala rinascimentale.

Le sale del piano superiore erano destinate a incontri, convegni, feste e spettacoli e il loro utilizzo veniva concesso ad associazioni pubbliche e private che, a vario titolo, potevano organizzare eventi.

Antonio Pedrocchi si spense il 22 gennaio 1852. Animato dalla volontà di lasciare la gestione del suo caffè a una persona di fiducia, aveva adottato Domenico Cappellato, il figlio di un suo garzone, che alla morte del padre putativo si impegnò nel dare continuità all’impresa ricevuta in eredità, pur cedendo in gestione le varie sezioni dello stabilimento.

Alla morte di Cappellato, avvenuta nel 1891, il caffè passa al Comune di Padova. In un testamento stilato alcuni mesi prima, Cappellato lasciava infatti lo stabilimento ai suoi concittadini:

« Faccio obbligo solenne e imperituro al Comune di Padova di conservare in perpetuo, oltre la proprietà, l’uso dello Stabilimento come trovasi attualmente, cercando di promuovere e sviluppare tutti quei miglioramenti che verranno portati dal progresso dei tempi mettendolo al livello di questi e nulla tralasciando onde nel suo genere possa mantenere il primato in Italia »
(Dal testamento di Domenico Cappellato Pedrocchi)

La decadenza

Uno scorcio della Sala Rossa al piano terra del caffè

Un inevitabile degrado dovuto alle difficoltà determinate dalla grande guerra caratterizzerà il caffè negli anni tra il 1915 e il 1924. In quest’ultima data hanno inizio i lavori di restauro del “Pedrocchino”, che si protrarranno fino al 1927. Negli anni successivi va purtroppo dispersa gran parte degli arredi originari disegnati dallo stesso Jappelli, che verranno sostituiti via via nell’epoca fascista.

Dopo la seconda guerra mondiale, con il progetto dell’architetto Angelo Pisani che si impone contro quello di Carlo Scarpa, mai preso in considerazione dall’amministrazione comunale, si avvia un nuovo restauro che ridefinisce i vani affacciati sul vicolo posteriore, trasforma lo stesso vicolo in una galleria coperta da vetrocemento e ricava alcuni negozi, un posto telefonico pubblico e una fontana in bronzo sventrando parte dell’Offelleria, del Ristoratore e demolendo la Sala del Biliardo.

Nonostante le proteste di molti cittadini e le perplessità della Soprintendenza ai monumenti, viene sostituito lo storico bancone in marmo con banchi di foggia moderna, viene installata una fontana luminosa al neon e le carte geografiche della sala centrale, caratterizzate dalla rappresentazione rovesciata delle terre emerse (curiosamente il sud viene rappresentato in alto) vengono sostituite da specchi.

Per buona parte degli anni ottanta e novanta il Pedrocchi rimane chiuso per difficoltà tra i titolari della gestione e il Comune; nel 1994 viene finalmente deciso il recupero dei locali e all’architetto Umberto Riva e ai collaboratori M. Macchietto, P. Bovini e M. Manfredi viene affidato il compito di rimediare ai danni provocati dal devastante restauro Pisani degli anni cinquanta e di riportare all’antico splendore i locali dello storico caffè.

Dopo l’esecuzione del primo stralcio di lavori, il 22 dicembre 1998 il caffè viene restituito ai cittadini di Padova.

Architettura

Il Caffè Pedrocchi si configura come un edificio di pianta approssimativamente triangolare, paragonata a un clavicembalo. La facciata principale si presenta con un alto basamento in bugnato liscio, guarda verso est e si sviluppa lungo la via VIII febbraio; su di essa si affacciano le tre sale principali del piano terra: la Sala Bianca, la Sala Rossa e la Sala Verde, così chiamate dal colore delle tappezzerie realizzate dopo l’Unità d’Italia nel 1861.

La Sala Rossa è quella centrale, divisa in tre spazi, è la più grande e vede attualmente ripristinato il bancone scanalato di marmo così come progettato da Jappelli. La Sala Verde, caratterizzata da un grande specchio posto sopra al camino, era per tradizione destinata a chi voleva accomodarsi e leggere i quotidiani senza obbligo di consumare. È stata pertanto ritrovo preferito degli studenti squattrinati e a Padova si fa risalire a questa consuetudine il modo di dire essere al verde. La Sala Bianca, si affaccia verso il Bo, conserva in una parete il foro di un proiettile sparato nel 1848 dai soldati austro-ungarici contro gli studenti in rivolta contro la dominazione asburgica. Inoltre, è anche nota come ambientazione scelta da Stendhal per il suo romanzo “La certosa di Parma”. Completa il piano terra la Sala Ottagona o della Borsa, dall’arredo non troppo raffinato, destinata in origine alle contrattazioni commerciali.

A sud il caffè termina con una loggia sostenuta da colonne doriche e affiancata dal corpo neo-gotico del cosiddetto “Pedrocchino”. Quest’ultimo, è costituito da una torretta a base ottagonale che rappresenta una fonte di luce, grazie alle finestre disposte su ogni lato. Inoltre, al suo interno è presente una scala a chiocciola. Due logge nello stesso stile si trovano dislocate sul lato nord, e davanti a queste si trovano quattro leoni in pietra scolpiti dal Petrelli, che imitano quelli in basalto che ornano la cordonata del Campidoglio a Roma.

Tra le due logge del lato nord si trova una terrazza delimitata da colonne corinzie.

Il piano superiore o “piano nobile” è articolato in dieci sale, ciascuna decorata con uno stile diverso:

  1. Etrusca
  2. Greca
  3. Romana: caratterizzata da una pianta circolare;
  4. Stanzino barocco
  5. Rinascimentale
  6. Gotica-medievale
  7. Ercolana o pompeiana: tipici sono i decori che ricordano le ville romane;
  8. Rossini: è la stanza più grande, infatti riproduce la stessa planimetria della sala Rossa del piano terra. In questa stanza, dedicata a Rossini e Napoleone, possiamo osservare degli stucchi a tema musicale che ne rappresentano simbolicamente la destinazione d’uso.
  9. Moresca: molto piccola;
  10. Egizia: ai quattro angoli della stanza troviamo dei piedistalli che sorreggono una finta trabeazione, e diversi attributi che ci rimandano alla cultura egiziana.

La chiave di lettura di questo apparato decorativo può essere quella romantica di rivisitazione nostalgica degli stili del passato. Non è esclusa però una chiave esoterica o massonica (Jappelli era un affiliato all’associazione). I simboli egizi precedono la decifrazione della scrittura geroglifica da parte di Champollion e sono piuttosto un omaggio al grande esploratore padovano Giovanni Battista Belzoni, che aveva scoperto numerosi monumenti egizi e di cui Jappelli aveva conoscenza diretta.

P.s.Tra gli studenti padovani esiste una superstizione, dovuta probabilmente agli avvenimenti del 1848, secondo la quale non si deve entrare al Caffè Pedrocchi prima di essersi laureati, pena l’impossibilità di conseguire la laurea stessa.

I Macchiaioli a Roma

Ieri sera ho partecipato alla Blogger Night  al Chiostro del Bramante, dove ,fino al 4 Settembre è presente la Mostra “I Macchiaioli”.

Il termine “Macchiaioli” venne coniato nel 1862 da un recensore della «Gazzetta del Popolo» che così definì quei pittori che intorno al 1855 avevano dato origine ad un rinnovamento anti-accademico della pittura italiana in senso verista.

Al Caffè Michelangelo a Firenze, attorno al critico Diego Martelli, un gruppo di pittori dà vita al movimento dei macchiaioli.

Questo movimento vorrebbe rinnovare la cultura pittorica nazionale. La poetica macchiaiola è verista opponendosi al Romanticismo, al Neoclassicismo e al Purismo accademico, e sostiene che l’immagine del vero è un contrasto di macchie di colore e di chiaroscuro, ottenuti tramite una tecnica chiamata dello specchio nero, utilizzando uno specchio annerito con il fumo permettendo di esaltare i contrasti chiaroscurali all’interno del dipinto. L’arte di questi pittori consisteva “nel rendere le impressioni che ricevevano dal vero col mezzo di macchie di colori di chiari e di scuri”

La mostra è veramente fantastica e la location affascinante e suggestiva (e tra l’altro si trova nella mia zona preferita di Roma per uscire a divertirmi,dietro Piazza Navona!

Vi lascio solo una foto perchè non voglio togliervi il piacere di gustarvi la mostra!

Quattro mostre per Dicembre 2015

Qui di seguito una selezione per le mostre di metà dicembre a Roma per il periodo che va dal 10 al 23 dicembre 2015

 

La mostra Quando Roma parlava francese – Feste e monumenti della Prima Repubblica Romana
Dove Museo Napoleonico
Quando 11 dicembre 2015 – 13 marzo 2016
Il Museo Napoleonico prosegue la politica di valorizzazione del materiale conservato nei depositi, normalmente non fruibile dal pubblico dei visitatori.
L’esposizione è parte di un più ampio progetto dedicato agli anni di influenza francese sulla Città Eterna (1798-99, 1809-14).
Si tratta di una collezione unica nel panorama collezionistico pubblico o privato, in cui la grande quantità di materiale preparatorio contenuto offre l’occasione straordinaria di assistere ad una sorta di visita virtuale nella bottega dell’incisore, seguendo il processo ideativo di alcune opere dal disegno preliminare alle successive prove d’autore fino alla stampa definitiva.

 

La mostra Delta ti – tempo reale
Dove Museo Carlo Bilotti
Quando 17 dicembre 2015 – 17 gennaio 2016
Ci piace perché Il percorso della mostra è scandito dalle opere di 18 artisti contemporanei di diverse generazioni, provenienze e poetiche: scultura, fotografia, video, installazioni, performance e interventi sonori, danno forma ad un’ indagine estetica e critica tra arte e vita.
Il nome dell’esposizione si riferisce alla formula che nel linguaggio della fisica esprime il concetto di intervallo di tempo, inteso come variazione da un momento iniziale ad uno finale, vera e propria manifestazione di un processo di trasformazione.
Nella società contemporanea la realtà cambia così rapidamente che ogni intervallo di tempo risulta aperto e fluido; tutto si concentra in un unico momento, un intervallo sospeso, il tempo reale.

 

 

La mostra Affinità elettive. Da De Chirico a Burri
Dove Galleria d’Arte Moderna
Quando 17 dicembre 2015 – 13 marzo 2016
La mostra nasce dalla volontà di accostare, sulla base di pure consonanze e suggestioni formali, di temi ed ambiti figurativi, alcuni capolavori della collezione parmense della Fondazione Magnani Rocca a quelli della collezione capitolina della Galleria d’Arte Moderna.

 

 

La mostra Renzo Arbore – La mostra
Dove MACRO La Pelanda
Quando 19 dicembre 2015 – 3 aprile 2016
Nel 2015 ricorre il trentennale di Quelli della notte, una delle “invenzioni” di Renzo Arbore che hanno più inciso nella storia della cultura e dell’intrattenimento.
Per l’occasione una grande mostra viene dedicata a Renzo Arbore, ai 50 anni della sua straordinaria carriera, alle sue trasmissioni televisive e radiofoniche che hanno così fortemente caratterizzato la storia della televisione del nostro paese, alle sue amicizie e alle sue scoperte, ai suoi percorsi musicali e ai concerti dell’Orchestra Italiana, alla sua incredibile collezione di oggetti e memorabilia, ma anche ai suoi amici, ai suoi viaggi, al sostegno non episodico alla Lega del Filo d’Oro e alla sua sensibilità verso i più sfortunati.

 

 

La mostra Animaux Sauvages – Animali selvaggi visti da Schili
Dove Museo Civico di Zoologia
Quando 18 dicembre 2015 – 14 marzo 2016
Il grande interesse per la natura, l’ecologia, i problemi ambientali, l’affascinante influenza ricevuta da frequenti viaggi naturalistici in Africa equatoriale e in Asia hanno portato Schili (alias Salvatore Schilirò) ad elaborare variegati microcosmi iconografici.
Da un orizzonte costituito da idoli fantastici, totem primitivi, maschere tribali, influenzato dall’arte del Congo e del Mali, Schili è giunto a rappresentare con sempre maggiore assiduità e passione un mondo abitato da animali selvaggi, in parte con occhio naturalistico, in parte con uno sguardo simbolico- idealizzante.

 

Animaux sauvages: l'amore per la natura in mostra al Museo civico di Zoologia di Roma

Polenta take away a Roma! PolentOne

Marco Pirovano,imprenditore bergamasco che si è inventato la polenta d’asporto ha finalmente portato a Roma la sua polenta Take Away.

Il primo take away di polenta in Italia sbarca quindi nella Capitale , una polenteria da asporto con la polenta (la classica gialla e la taragna) in tutte le sue più succulente variazioni: con il ragù di cinghiale, alla boscaiola, alla contadina, con i formaggi, alla griglia, abbrustolita, a spiedino con i salumi. E per gli amanti del dolce, c’è quella con la Nutella.

Marco Pirovano aveva anche partecipato alla trasmissione Shark Tank, dove aveva accolto numerosi proseliti intenzionati ad investire nella sua geniale idea.

 

Attualmente Pirovano ha in franchising sette punti vendita della catena PolentOne: in Città Alta e a Brescia, due a Milano e poi a Trieste, Ballabio (Lecco) e Seregno. Con una novità sull’estero: «In programma l’apertura a Barcellona: se tutto va bene avviamo l’attività in spagna a fine mese – annuncia -. Su Mosca siamo invece in stand-by a causa della situazione geo-politica che ha rallentato i consumi».

Il prezzo è tra i 5 ed i 7 euro (a seconda della porzione) ed il sapore eccelso.

Questo week end….come si dice a Roma …. JE TOCCA!

 

Settimio Spagnoletto e le Pietre da Inciampo

A via Reginella ,in pieno Ghetto Ebraico Romano,troviamo una delle particolari PIETRE DA INCIAMPO dell’artista  tedesco Gunter Demnig.

(Questa è una delle tante vittime dei lager nazisti di cui l’artista tedesco Gunter Demnig ha voluto tramandare il nome con le sue Stolpersteine (letteralmente tradotto significa “pietre da inciampo”): si tratta di cubetti di pietra, sparsi nei marciapiedi di tutta Europa, ciascuno con un nome inciso; in Italia ha incominciato da Roma, ricordando ebrei, zingari, omosessuali, antifascisti, carabinieri che da qui furono deportati nei lager e lì morirono di stenti o furono uccisi.)

L’intento è depositare, nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee una memoria diffusa dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti. L’iniziativa, attuata in diversi paesi europei, consiste nell’incorporare, nel selciato stradale delle città, davanti alle abitazioni che sono state teatro di deportazioni, dei blocchi in pietra muniti di una piastra in ottone.

L’iniziativa è partita da Colonia nel 1995 e ha portato, a inizio 2015, all’installazione di oltre 50.000 “pietre” (la cinquantamillesima pietra è stata posata a Torino) in vari paesi europei: Germania, Austria, Ungheria, Ucraina,Cecoslovacchia, Polonia, Paesi Bassi, Italia.

La memoria consiste in una piccola targa d’ottone della dimensione di un sampietrino (10 x 10 cm.), posta davanti alla porta della casa in cui abitò il deportato, sulla quale sono incisi il nome della persona deportata, l’anno di nascita, la data e il luogo di deportazione e la data di morte, se conosciuta. Questo tipo di informazioni intendono ridare individualità a chi si voleva ridurre soltanto a numero. L’espressione “inciampo” deve dunque intendersi non in senso fisico, ma visivo e mentale, per far fermare a riflettere chi vi passa vicino e si imbatte, anche casualmente, nell’opera.

Anche se la maggior parte delle “pietre d’inciampo” ricordano vittime ebree dell’Olocausto, alcune sono in memoria di persone, gruppi etnici e religiosi ritenuti “indesiderabili” dalla dottrina nazista e fascista: omosessuali, oppositori politici, Rom, Sinti, zingari, testimoni di Geova, pentecostali, malati di mente, portatori di handicap, etc.

Reazioni

In Germania, soprattutto, all’esordio dell’iniziativa è sorto un dibattito sul fatto che le “pietre” venivano poste davanti al portone di ingresso e il proprietario dell’immobile poteva non sempre gradire l’idea di essere costretto a ricordare ogni giorno le atrocità naziste. A Colonia, per esempio, una “pietra” fu posta lontana dal portone principale, quasi al bordo del marciapiede, vicino alla strada. A Krefeld la controversia riguardò il fatto che le pietre di Demnig ricordavano troppo il periodo in cui i nazisti usavano le lapidi delle tombe ebree come pavimentazione per i marciapiedi. Fu raggiunto l’accordo che la scelta del luogo dove porre una pietra d’inciampo sarebbe stata subordinata all’approvazione del proprietario della casa e, qualora ci fossero, anche dei parenti delle vittime da ricordare.

In alcuni casi, le pietre sono state divelte: a Roma, ad esempio, un caso del genere ha riguardato, il 12 gennaio 2012, alcune pietre d’inciampo posate al numero 67 di via Santa Maria di Monticelli. Pochi giorni dopo si scoprì che l’atto era stato compiuto da un condomino del palazzo di fronte al quale erano state posizionate in quanto “infastidito” dalla loro presenza”.

Luoghi

Pietra d’inciampo dedicata a donPietro Pappagallo, vittima delle Fosse Ardeatine

Roma

Altre 54 pietre d’inciampo sono state collocate l’anno successivo, il 12 e il 13 gennaio 2011, lungo 24 strade di cinque municipi della città (I, II, III, XI e XVII). Contemporaneamente alla posa delle pietre, uno sportello aperto presso la Casa della Memoria e della Storia raccoglieva le richieste di chi volesse ricordare con uno Stolperstein familiari o amici deportati per creare una mappa urbana della memoria. L’iniziativa – di natura privata, ma patrocinata da diversi soggetti sociali, prima fra tutti la Comunità ebraica di Roma – è un work in progress, con sede, per quanto riguarda Roma, presso la Casa della memoria e della storia. Il progetto si svolge sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, ed è promosso da Aned (Associazione Nazionale ex Deportati), Anei (Associazione nazionale ex internati), Cdec (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), Federazione delle Amicizie Ebraico Cristiane Italiane, Museo Storico della Liberazione

Nei giorni 9, 10 e 11 gennaio 2012, per la terza edizione di «Memorie d’inciampo a Roma», 72 Stolpersteine dell’artista tedesco Gunter Demnig sono state collocate a Roma. Ecco il percorso per la posa delle pietre:

  • lunedì 9 gennaio 2012
    • via Urbana 2 – per don Pietro Pappagallo;
    • via Madonna dei Monti 82 – 20 pietre, per: Orabona Moscato, Mosè Di Consiglio, Salomone Di Consiglio, Gemma Di Tivoli, Santoro Di Consiglio, Marco Di Consiglio, Franco Di Consiglio, Rina Ester Di Consiglio, Virginia Di Consiglio, Marisa Di Consiglio, Lina Di Consiglio, Cesare Elvezio Di Consiglio, Clara Di Consiglio, Angelo Di Castro, Giuliana Colomba Di Castro, Giovanni Di Castro, Leonello Di Consiglio, Graziano Di Consiglio, Enrica Di Consiglio, Mario Marco di Consiglio;
    • via dell’Argilla 15 – 1 pietra. Richiedente: Francesca Turchetti per Teofrasto Turchetti;
    • viale Giulio Cesare 223, 2 pietre. Richiedente Augusto Piperno per Augusto Piperno, Virginia Baroccio in Piperno;
    • via Monte Zebio 40 – 1 pietra. Richiedente: Bruno Bartoloni per Fritz Warschauer;
    • via Flaminia 21 – 2 pietre. Richiedente: Angela Teichner per Eva Della Seta, Giovanni Della Seta;
  • martedì 10 gennaio 2012,
    • lungotevere Cenci 4: 1 pietra. Richiedente: Bruna Abbina per Michele Sabatello;
    • via della Reginella 10 – 3 pietre. Richiedente: Enrica di Capua per Dora Piattelli, Zaccaria Di Capua, Amadio Di Capua;
    • Via Santa Maria del Pianto 10 – Richiedente: Clelia Piperno per Rosa Sermoneta, Anita Sermoneta, Emma Vivanti;
    • via in Publicolis 2 – 1 pietra. Richiedente: Silvia Anticoli per Angelo Anticoli;
    • via Arenula 41 – 2 pietre. Richiedente: Miriam Grego per Giorgina Guglielma Coen, Angelo Piperno;
    • via Santa Maria in Monticelli 67 – 3 pietre. Richiedente: Emma Aboaf per Letizia Spizzichino, Elvira Spizzichino, Graziella Spizzichino;
    • lungotevere Sanzio 2 – 1 pietra. Richiedente: Sira Fatucci per Amadio Sabato Fatucci;
    • vicolo della Penitenza 24 – 1 pietra. Richiedente: “Progetto Memoria-Roma” per Giuseppe Giusti;
    • via della Luce 13 – 3 pietre. Richiedente: Elisabetta Moscati per Giacobbe Moscati, Benvenuta Calò, Reale Moscati;
    • via Anicia 6 – 5 pietre. Richiedente: Graziella Citoni per Giacomo Guido Citoni, Laura Roccas in Citoni, Carlo Citoni, Giuseppina Anita Citoni, Arrigo Citoni;
    • via Amerigo Vespucci 41 – 5 pietre. Richiedente: Giulia Spizzichino per Mirella Di Consiglio, Marco Di Consiglio, Ada Di Consiglio, Celeste Vivanti, Cesare Di Consiglio;
    • piazza Ippolito Nievo 5 – 1 pietra. Richiedente: Sara Di Cori per Dario Di Cori;
  • mercoledì 11 gennaio 2012:
    • via Alessandro Torlonia 9: 5 pietre. Richiedente: Alessandra Fornari per Adriana Finzi, Fortunata Coen in Finzi, Carlo Finzi, Luciana Finzi, Enrico Finzi;
    • viale XXI Aprile 21 – 3 pietre. Richiedente: Vito Ascoli per Vito Ascoli, Adriana Terracina in Ascoli, Ida Trevi;
    • via Eleonora d’Arborea 1 – 1 pietra. Richiedente: Guido Coen per Raoul Vivanti;
    • via del Peperino – 1 pietra. Richiedente: “ANED, sezione di Roma”, per Fausto Iannotti;
    • via Po 162 – 2 pietre. Richiedente: David Menasci per Laudadio Di Nepi, Silvia Sermoneta;
    • via Paraguay 18 – 4 pietre. Richiedente: Ariela Massarek per Vera Piperno in Pontecorvo, Carlo Pontecorvo, Gianfranco Pontecorvo, Emma Forti in Piperno;
Genova

Genova dopo Roma è la seconda città italiana ad accogliere uno Stolperstein, su iniziativa delle Comunità ebraiche di Genova e Roma, del Centro culturale “Primo Levi” e del Goethe-Institut locale. In occasione del giorno della Memoria, il 29 gennaio 2012 si è così ricordato sul luogo del suo rapimento Riccardo Pacifici, rabbino-capo di Genova deportato ad Auschwitz, dove la morte lo troverà l’11 dicembre 1943.

Merano

A Merano nel maggio del 2012 sono stati collocati 33 Stolpersteine su iniziativa delle scuole superiori della città[8]. A Bolzano è prevista la posa di 25 Stolpersteine[9]; nel 2014 sono state pubblicate le ricerche preliminari che hanno portato all’identificazione delle vittime e dei loro ultimi domicili prima della deportazione.[10]

Torino

Dal maggio del 2014 lo sportello attivato al Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà ha raccolto le richieste per la posa delle pietre d’inciampo che sono state finora più di 50. In questa prima sessione di pose, l’artista Gunter Demnig ha potuto accontentare per ora solo 27 richieste tra le quali si è posata la cinquantamillesima pietra in Europa, quella dedicata ad Eleonora Levi. L’iniziativa torinese è stata promossa dal Museo diffuso della Resistenza, dalla Comunità ebraica torinese, dal Goethe Institut, dall’ANED sezione di Torino (Associazione nazionale ex deportati). Nelle giornate di sabato 10 e domenica 11 gennaio 2015 sono state posate 27 pietre d’inciampo dedicate a 10 deportati politici e 17 deportati razziali.

Luoghi

Sabato 10 gennaio

• Via Vicenza 23 per Gelindo Augusti, deportato a Mauthausen per motivi politici

• Corso Regio Parco 35 per Lucio Pernaci, deportato a Mauthausen per motivi politici

• Corso San Maurizio 8 per Teresio Fasciolo, deportato a Mauthausen per motivi politici

• Corso Casale 10 per Luigi Porcellana, deportato a Mauthausen per motivi politici

• Via Carlo Alberto 22 per Filippo Acciarini, deportato a Mauthausen per motivi politici

• Via Gioberti 69 per Alfonso Ogliaro, deportato a Gusen e poi a Mauthausen per motivi politici

• Via Aurelio Saffi 13 per Rosetta Rimini, deportata ad Auschwitz perché ebrea

• Via Aurelio Saffi 13 per Lidia Pucci Tedeschi, deportata ad Auschwitz perché ebrea

• Via Duchessa Jolanda 21 per Donato Giorgio Levi, deportato a Mauthausen e poi ad Auschwitz perché ebreo

• Via Giacinto Collegno 45 per Enzo Lolli, deportato ad Auschwitz perché ebreo

• Corso Svizzera 33 per Corrado Lolli, deportato ad Auschwitz perché ebreo

Domenica 11 gennaio

• Via Po 25 per Maria Irene Roscetti in Valabrega, deportata ad Auschwitz perché ebrea

• Via Po 25 per Michele Valabrega, deportato ad Auschwitz perché ebreo

• Via Po 25 per Stella Valabrega, deportata ad Auschwitz perché ebrea

• Via Fratelli Carle 6 per Alessandro Levi, deportato ad Auschwitz perché ebreo

• Via Fratelli Carle 6 per Luciana Levi, deportata ad Auschwitz perché ebrea

• Via Fratelli Carle 6 per Sergio Levi, deportato ad Auschwitz e poi Flossenburg perché ebreo

• Via Fratelli Carle 6 per Germana Garda in Levi, deportata ad Auschwitz perché ebrea

• Via Avogadro 19 per Marianna Sacerdote, deportata ad Auschwitz perché ebrea

• Corso Cairoli 32 per Lina Letizia Zargani, deportata ad Auschwitz perché ebrea

• Corso Massimo d’Azeglio 12 per Eleonora Levi, deportata ad Auschwitz perché ebrea

• Corso Marconi 38/40 per Gino Rossi, deportato ad Auschwitz perché ebreo

• Via Principe Tommaso 42 per Eugenio Nizza, deportato ad Auschwitz perché ebreo

• Via Campana 18 bis per Luciano Treves, ebreo, deportato a Mauthausen e poi a Melk (sottocampo di Mauthausen) per motivi politici

• Via Campana 18 bis per Renato Treves, ebreo, deportato a Mauthausene poi a Gusen per motivi politici

• Via Principe Tommaso 18 per Alberto Segre, ebreo, deportato a Mauthausen per motivi politici

• Via Principe Tommaso 18 per Salvatore Segre, ebreo, deportato a Mauthausen e poi a Ebensee per motivi politici

Venezia

Domenica 12 gennaio 2014 vengono collocate 12 pietre d’inciampo a Venezia. La cerimonia ha inizio alle ore 9 in Campo Santi Apostoli, ove Gunter Demnig posa la prima targa, per poi proseguire lungo un percorso della memoria che si conclude nel Campo del Ghetto Novo davanti alla Casa Israelitica di Riposo.[11]

Viterbo

L’8 gennaio 2015, in via della Verità, in memoria di tre ebrei viterbesi deportati ad Auschwitz nel 1944: Emanuele Vittorio Anticoli, Letizia Anticoli e Angelo Di Porto.

Reggio Emilia

Venerdì 9 gennaio 2015 vengono collocate 10 pietre d’inciampo a Reggio Emilia dedicate a 10 deportati reggiani.[12]. La cerimonia ha inizio alle 10 in viale Montegrappa 18 per poi concludersi alle 12.15. La decima pietra è stata posata a Correggio in provincia di Reggio Emilia. Luoghi:

  • Viale Montegrappa, 18 per Ada Corinaldi, Olga Corinaldi e Bice Corinaldi.
  • Via Emilia San Pietro, 22 per Benedetto Melli e Lina Jacchia.
  • Via Monzermone, 8 per Oreste Senigallia e Beatrice Ravà.
  • Via Monzermone, 10 per Iole Rietti e Ilma Rietti.
  • Piazza San Quirino, Correggio, per Lucia Finzi.