Claddagh Ring

Da quando ne ho visto uno di quelli ORIGINALI al Victoria&Albert museum me ne sono follemente innamorata,ed avendo Cup risvegliato in me la voglia di averlo…vi parlo stasera del Claddagh Ring.

Il Claddagh Ring (anello di Claddagh) è un anello di fidanzamento irlandese, composto da due mani che tengono un cuore  sormontato da una corona. Le mani simboleggiano l’amicizia, la corona è simbolo di lealtà e il cuore dell’amore. Questo anello deve l’origine del suo nome ad un villaggio di pescatori sulla Baia di Galway, in Irlanda, chiamato proprio “claddagh” (parola che in gaelico indica la sabbia rocciosa tipica di quella zona).

I primi esempi di questo anello (in oro,argento e bronzo), sono dei veri e propri capolavori: alcuni di essi sono oggi in mostra presso il “National Museum of Ireland” a Dublino, e il “Victoria and Albert museum” a Londra.

Le tradizioni 

Per moltissime persone che hanno dovuto lasciare l’Irlanda durante la carestia del XIX secolo il Claddagh Ring è diventato l’unico legame duraturo con la propria patria e l’unica eredità familiare. È proprio nel periodo della carestia che l’anello cominciò a diventare popolare fuori dal Connemara, grazie all’esodo dall’ovest. In questo periodo divenne un prezioso ricordo delle origini della famiglia, un simbolo del legame con il passato, passando da madre in figlia primogenita per secoli. Accanto al Claddagh Ring, esiste un altro anello, chiamato “Fenian ring” e risalente a circa 200 anni fa, caratterizzato dalla presenza di due mani e due cuori, senza corona. Tale anello rappresenterebbe la battaglia per la Repubblica d’Irlanda, anche se, comunque, il Claddagh Ring tradizionale è sempre rimasto il modello vero e proprio (con la corona a simbolo della lealtà, in ricordo del Regno Irlandese e dell’eredità britannica).

Le leggende 

Vi sono moltissime leggende nate attorno al Claddagh Ring.

Una tra le tante, poco attendibile ma pur sempre popolare e nota, parla di un re innamorato di una giovane contadina, ma da lei non corrisposto. Il povero re non riuscì a sopportare il dolore e si uccise, chiedendo che sulla sua lapide fossero rappresentate due mani intorno a un cuore incoronato come simbolo del suo eterno amore per la contadina.

Una filastrocca che spiega i significati dei tre simboli del Claddagh Ring

Due delle spiegazioni più celebri hanno a che fare entrambe, sebbene un secolo le separi, con membri della famiglia Joyce (o Ioyce), originaria di Galway. Alcuni modelli di Claddagh ring tuttora esistenti portano le iniziali “R. I.” oppure “R. J.” e, perciò, sono attribuiti a Richard Joyce/Ioyce.

La più antica leggenda, risalente al XVI secolo, racconta che il primo Claddagh Ring fu uno miracoloso e meritato regalo per Margaret Joyce. Domingo de Rona, un ricco mercante spagnolo i cui affari lo portavano spesso a Galway, incontrò Margaret in una delle sue visite nella cittadina irlandese e se ne innamorò, sposandola di lì a poco. Sfortunatamente, però, la loro felicità fu breve. Subito dopo il matrimonio Domingo morì e Margaret ereditò il suo enorme patrimonio. Nel 1596, la donna si risposò con Oliver Og French, il governatore di Galway. L’uomo non la sposò per la sua grande ricchezza, e ciò è dimostrato dal fatto che lasciò l’uso e l’amministrazione dei suoi beni totalmente nelle mani di lei, che, da parte sua, non sperperò il suo denaro, ma ne donò gran parte alla città per far costruire numerosi ponti. Un giorno un’aquila lasciò cadere sul grembo di Margaret Joyce un anello d’oro, il primo Claddagh Ring. Questo evento non fu ritenuto un evento fortuito, ma un vero e proprio dono divino, ricompensa alla sua generosità. L’anello sarebbe quindi caduto “dall’alto”, nel vero senso della parola.

Molto più realistica la seconda leggenda. Questa ci racconta come, durante la seconda metà del XVII secolo, un abitante di Galway, Richard Joyce, fu catturato dai pirati mentre era in viaggio per le Indie Occidentali. Questi lo vendettero come schiavo a un ricco orafo arabo, che gli insegnò il mestiere e lo fece diventare un eccellente cesellatore. Nel 1689, re William III d’Inghilterra ottenne il rilascio degli inglesi catturati, Joyce compreso. In tutti gli anni trascorsi insieme, l’orafo si era affezionato a Joyce e lo implorò di restare da lui, promettendogli la mano della figlia e metà del suo patrimonio. Richard, tuttavia, non si fece tentare, poiché non vedeva l’ora di tornare nel suo paese natale. Quindi portò con sé le conoscenze acquisite sull’arte orafa e, importantissima cosa, un’idea che gli era venuta in mente durante quegli anni: la creazione del Claddagh Ring. Secondo alcuni, egli creò il primo di questi anelli come simbolo di gratitudine nei confronti del re al quale doveva la sua libertà. Secondo altri, invece, ad una fanciulla di Galway che non aveva mai smesso di amarlo e di essergli fedele, in attesa del rientro del suo unico vero amore: lui le si presentò con il celebre Claddagh Ring d’oro, simbolo del loro amore duraturo (due mani a rappresentare l’amicizia, la corona a significare la loro lealtà e devozione, e il cuore a simboleggiare il loro reciproco amore eterno). I due si sposarono subito e non si separarono mai!

Origini dei simboli 

Da dove proviene ogni simbolo che forma il Claddagh Ring? Per scoprirlo bisogna andare molto indietro nel tempo, all’epoca degli dèi celti.Dagda, il padre degli dèi, era un essere potente, con la capacità di far splendere il sole; secondo la leggenda la mano destra dell’anello appartiene proprio a lui. Anu (dea conosciuta poi come Danu), era l’antenata e madre universale dei Celti, ed è lei che sembra rappresentare la mano sinistra del Claddagh Ring. La corona rappresenta Beathauile (nome che significa “la vita intera”), che non sembra sia una persona o un dio, ma appare a rappresentare il principio vitale e la vita in sé. Infine il cuore rappresenta i cuori di ogni membro dell’umanità.

Un’altra interpretazione del significato dell’anello è strettamente collegata al trifoglio, uno dei più antichi simboli irlandesi. Questa interpretazione vuole che la corona sia il Padre, la mano sinistra il Figlio e la mano destra lo Spirito Santo, tutti concentrati sul cuore al centro, che simboleggia l’umanità.

Attraverso ogni simbolismo, comunque, un tema ricorre sempre, ovvero che l’anello simboleggia l’amore, la lealtà e l’amicizia (“Love, Loyalty, and Friendship” o, in gaelico, “Gra, Dilseacht agus Cairdeas” – pronunciato “graw, dealshocked ogis cordiss”).

Come si indossa un Claddagh Ring? 

In Irlanda lo scopo per cui questo anello viene scelto è manifestato dal modo in cui l’anello viene indossato. Infatti, il Claddagh Ring può simboleggiare sentimenti diversi:

  • Amicizia o Lealtà, nessun legame sentimentale: mano destra, con la punta del cuore rivolta verso la punta delle dita;
  • Fidanzamento, legame sentimentale: mano destra, con il cuore puntato verso il polso;
  • Matrimonio: mano sinistra, con il cuore puntato verso il polso;
  • Vedovanza: mano sinistra, con il cuore puntato verso la punta delle dita;

Spero tanto che qualcuno me lo regali presto 🙂

Villa Brasini

Ad un passo dall’antichissimo Ponte Milvio, nel cuore della città, è situata Villa Brasini, che risulta immediatamente diversa dalle architetture “quadrate” di un quartiene pieno di aquile fasciste e marmi bianchissimi. La villa prende il nome dal suo progettista: l’architetto Armando Brasini (l’architetto alchimista), che in effetti era un pò un genio-pazzo dell’ epoca (la villa è degli anni ‘20): “Brasini è uno dei grandi “intrusi” dell’architettura del Novecento: i suoi progetti e le opere, che pure hanno indubbi pregi architettonici, tranne rari momenti di casuale sintonia con lo spirito del tempo rappresentano, in genere, uno dei casi di allontanamento e rimozione di tale spirito. […]”.

Tantè che entrare nella Villa è un po’ ritrovarsi in un pezzo dicoppedè, con spazi angolari e ghirigori , una specie di “paesino” rinchiuso in un edificio. Un edificio talmente grande e complicato da essersi guadagnato il nomignolo di “castellaccio” . Un agglomerato di edifici e parchi, scaloni e cortili segreti, protetto severamente da guardie giurate che vigilano sulla privacy dei misteriosi vip che abitano la parte piu’ moderna, a nord.

Si dice anche che si trovi sul punto esatto in cui si incrociano chissà quale ascissa e quale coordinata dell’invisibile rete energetica che attraversa e sorregge la terra. La chiamano Villa del Pianto. Perche’ durante la guerra, e’ stata un quartier generale della Gestapo. Ci facevano gli interrogatori là dentro, le esecuzioni. Dentro quella casa si sentono sempre dei rumori. Dentro quella casa hai sempre la sensazione di una presenza. Brasini era un alchimista, ovunque, sui muri dei vari edifici che compongono la villa, ha disseminato bassorilievi e decorazioni che possono essere letti in chiave esoterica. Brasini era un illusionista. Capace, grazie alla sua abilita’ di decoratore, di trasformare qualsiasi superficie in marmo pregiato, semplicemente riproducendone le venature.

Questo il sito ufficiale.

Dal blog di vigna clara

Villa Brasini, cosiddetta Castello Brasini, è un’eclettica realizzazione di stampo neobarocco che prende il nome dal suo architetto – Armando Brasini – il quale in questa zona ha realizzato anche il “Ponte Flaminio”.Visse a Roma tra 1879 e il 1965 e fu uno degli architetti italiani più noti e attivi nel periodo fascista. Il suo stile tendente al barocco, volutamente anacronistico, trova accoglienza in una Roma degli anni ‘30 dove il gusto estetico imperante era dettato dalle linee nette e squadrate tracciate da Piacentini. Queste sue scelte estetiche decisamente fuori dal tempo lo hanno portato ad essere visto dai critici d’arte come una “anomalia”, un corpo estraneo avulso da una comune fucina culturale che attingeva a piene mani dal “movimento futurista”.

Come si può leggere in diversi trattati di autorevoli studiosi, quest’idea “monumentale” e “megalomane”che Brasini possedeva dell’arte, lo allontanava sicuramente dai razionalisti, “custodi” del gusto architettonico fascista; ma al contempo, lo accomunava alla concezione artistica di Albert Speer, architetto feticcio del Fuhrer e maestro indiscusso della trasposizione iconografica del potere tedesco del Terzo Reich. Probabilmente Mussolini cercò in Brasini ciò che Hitler cercava in Speer; ossia di riuscire a creare un parallelo tra architettura e politica. Lo scopo era riuscire a traslare dalla pietra alla mente di chi guarda un’idea di magnificenza tale da impressionare. Una sorta di propaganda mediante impatto visivo. Quello che veniva teorizzato da Speer era il valore evocativo delle rovine, un eredità lasciata dalla Germania al mondo, costituita da architetture che come fu per l’Antica Grecia o per l’Impero Romano, sarebbero state edificate in modo da lasciare ai posteri un retaggio di maestose rovine millenarie.

Tralasciando ora il travagliato rapporto collaborativo fatto d’amore e odio tra Armando Brasini ed il fascismo, soffermiamoci su villa Brasini, situata a poca distanza da Ponte Milvio (per la precisione in via Flaminia 489) che negli anni si è vista affibbiare (vista la forma) il soprannome di “castello” o “castellaccio”.

 

La villa è in realtà composta da due edifici: villa Flaminia e villa Augusta.
La prima è rivolta dal lato di via Cassia e venne completata nel 1925; la seconda (che trae il nome “Augusta” dalla moglie del Brasini) possiede l’ingresso che affaccia sul versante di Ponte Milvio e venne ultimata più tardi, nel 1933, essendo edificata su un lotto di terreno acquistato in seconda battuta.
L’acquisto di questa nuova porzione di terreno consentì all’architetto di apportare importanti modifiche alla villa originaria, come una sala da pranzo ottagonale e un ninfeo pensile adornato con sculture di Silvio Canevari. Brasini costruisce un edificio dalla struttura assai complessa e articolata che infonde uno spiccato senso di meraviglia nello spettatore il quale viene continuamente spiazzato dalle sofisticate trovate dell’architetto.

Villa Flaminia si sviluppa in maniera tale da regalare un effetto d’ imponenza e sontuosità, aiutato dalla geometria a più livelli adottata della struttura. Una scalinata porta al primo livello e da questo punto è possibile arrivare al salone e alla galleria; il secondo livello è adornato da statue, balaustre, fontane. Il tutto, con una cura nei dettagli quasi “maniacale” che ne rivela l’animo di decoratore e fine stuccatore ancor prima di quello di architetto.

Ciò è maggiormente visibile in Villa Augusta,dove gli stucchi e le decorazioni giocano un ruolo determinante nel risultato scenografico voluto dall’architetto. Villa Augusta appare come un castello di sei piani,con in cima una torre poligonale sorretta da maestose colonne abilmente decorate. Il cortile è adornato da inserzioni di statue e monumenti marmorei che provengono dallo smantellamento di Palazzo Torlonia.
Villa Augusta è il famigerato “castellaccio maledetto”; la costruzione si è guadagnata questo sinistro nomignolo sia per la forma inquietante sia per le numerose leggende che la riguardano.

 

Alcune di queste sostengono che la villa sia stata edificata da Brasini seguendo modalità ben precise dettate dalla sua passione per l’alchimia e l’esoterismo Una pratica in quegli anni (soprattutto in Germania) assai diffusa quella di nascondere simboli leggibili in chiave esoterica in complessi architettonici di una certa rilevanza. Un esempio su tutti: il castello di Wewelsburg in Westfalia, adottato come quartier generale dalle SS nel 1934 e modificato apposta dagli architetti tedeschi per assecondare i dettami dell’esoterismo e rendere possibili riti occulti ispirati al paganesimo.
Un’altra leggenda vorrebbe addirittura che villa Augusta venne sequestrata durante la seconda guerra mondiale da parte dei tedeschi che la adibirono a luogo dove la Gestapo conduceva gli interrogatori e perpetrava torture. Un filo conduttore, quello tedesco, che ritorna molto spesso in questo racconto ma queste sono solo leggende più o meno verificate, dicerie.

Oggi, gli appartamenti della villa, soprattutto nella blindatissima parte nord, ospitano numerosi vip, ed esiste perfino una parte adibita a ristorante per cerimonie, altro che fantasmi, presenze sinistre e tedeschi in divisa. Quello che ci piace invece sottolineare è che a Ponte Milvio, a pochi passi dal caos dei negozi, dal traffico e dalle frivolezze della movida, esiste qualcosa di culturalmente affascinante ancora da scoprire o da approfondire.

Armando Brasini

Nasce nel quartiere romano di Tor di Nona da famiglia modesta. Dopo aver frequentato con profitto l’Istituto di Belle Arti si dedica al restauro e alla decorazione. Lo studio per lo stile teatrale della città di Roma gli favorisce la simpatia di Mussolini che gli affida alcuni lavori nelle colonie, Tripoli (Palazzo della Cassa di Risparmio, Lungomare Volpi, Monumento ai Caduti e alla Vittoria), ma anche il piano regolatore del quartiere Flaminio a Roma.

Nel 1929 è nominato Accademico d’Italia e nel 1931 partecipa alla commissione per il nuovo Piano regolatore di Roma. Sue sono la chiesa del “Sacro Cuore Immacolato di Maria” a Piazza Euclide, “Villa Manzoni” sulla via Cassia, l’ingresso monumentale del Giardino Zoologico a Villa Borghese, il Ponte Flaminio, il monumentale complesso del Buon Pastore in via di Bravetta 383 nel suburbio Gianicolense, completamente immerso nella Riserva naturale della Valle dei Casali, il villino realizzato per il tenore Beniamino Gigli al quartiere Parioli. Una delle sue realizzazioni più eccentriche è la cosiddetta “Villa Brasini” sulla via Flaminia, nota anche come “castellaccio” per lo stile fortemente eclettico, che comprende in realtà due architetture: la Villa Flaminia verso la via Cassia e la successiva Villa Augusta (intitolata alla moglie) il cui ingresso è rivolto invece verso Ponte Milvio.

Su incarico di Mussolini realizza tra il 1928 e il 1932 il palazzo dell’ INAIL in via IV novembre a Roma e dal 1930 al 1934 il Palazzo del Governo a Taranto, sulle rovine del Teatro Politeama, precedentemente demolito. Nel 1937 progetta un imponente edificio, la Mole Littoria, destinato a celebrare la Roma imperiale di Mussolini in diretta competizione con le realizzazioni di Albert Speer per la Germania Nazista. Il Duce tuttavia non approva il progetto sia per gli alti costi, specie durante la realizzazione dell’E42, sia perché non più confacente alla concezione dell’architettura voluta da Mussolini in questa fase, tesa non più alla celebrazione del regime fascista ma ad “una funzione attiva nel processo educativo delle masse” (P. Nicoloso). Per l’E42 progetta il monumentale l’Istituto Forestale, lavoro affidatogli d’ufficio nel 1938, con i lavori iniziati nel 1940 interrotti nel 1942 per ragioni belliche, per essere poi demolito nel 1957, nonostante Brasini avesse presentato delle varianti per salvare la costruzione[1]

Nel 1958 acquista da un certo dottor Chiappini, amministratore di Casa Borghese che se lo era aggiudicato nel 1946 all’asta giudiziaria, il castello medievale di San Polo dei Cavalieri. Il castello, che versava in stato di abbandono, risale all’XI secolo quando, costruito dai monaci dell’Abbazia di San Paolo fuori le mura, e appartenuto secondo una tradizione ai Cavalieri Templari, passò agliOrsini e successivamente al cardinale Federico Cesi, per finire successivamente in mano ai Borghese. Brasini si occupa in quegli anni di un primo restauro del manufatto, compresi gli affreschi degli ambienti interni. Il restauro sarà portato a termine dal giurista Andrea Berardi che aveva acquistato il castello nel 1960, intestandolo al Centro di Cultura Federico Cesi, “riportandolo agli antichi splendori” come recita una lapide apposta nel 1985, sulla facciata principale, dall’Accademia Nazionale dei Lincei. (In realtà l’acquisto ed il restauro del castello sono attribuibili al figlio, Luca Brasini.)

La critica 

Paolo Portoghesi, pur riconoscendo alle sue opere “indubbi pregi architettonici”, lo definisce “uno dei grandi intrusi dell’architettura del Novecento” per non essere, salvo in alcuni casi, “in sintonia con lo spirito del tempo”, ma anzi rappresentando “uno dei casi di allontanamento e rimozione di tale spirito”. Il periodo che lo vede operare in effetti si caratterizza per le correnti del Monumentalismo o per quella del Razionalismo Italiano. Brasini non sembra far parte di nessuna delle due. La sua architettura megalomane, al contrario, si distingue per l’operazione di “ingigantimento e a volte di ingrassamento” degli elementi architettonici del barocco; operazione che, se da una parte lo rende inviso agli occhi della critica, nello stesso tempo, fa sì che gli si riconosca “la capacità di arrivare ad un risultato coerente e semplice partendo da una indisciplinata complessità” (P.Portoghesi). E’ in ogni caso un grandissimo disegnatore, capace di creare tavole architettoniche che lo attestano come uno dei maggiori artisti e progettisti visionari del ‘900 in Italia.

Io ci sono stata a cena e per capodanno….uno spettacolo vero!